31 maggio 2010

Sommersi dal petrolio

L'operazione Top Kill è ufficialmente morta, come ormai tutto l'ecosistema, ricoperto da questa gigantesca chiazza nera. Avevano detto 60-70% di probabilità di successo. Troppo ottimismo o forse solo una bugia per tirare su le proprie quotazioni in borsa che tracollano giorno dopo giorno. I manager della BP dicono "siamo delusi", ma illustrano subito la prossima geniale manovra, il Piano D, per il quale saranno necessari altri 5 giorni di tempo: si chiama Lower Marine Riser Package (LMRP), nella sostanza un cappuccio o una mini-valvola posizionata sopra la supervalvola che non ha funzionato in aprile; questa verrà poi collegata alla nave di appoggio in superficie, con cui la compagnia si augura di catturare il grosso del greggio e del gas che escono dal pozzo danneggiato 40 giorni fa. Il nuovo tentativo dovrebbe iniziare nelle prossime ore. In calce, una piccola postilla: durante l'operazione, il flusso di greggio potrebbe aumentare almeno del 20%. Se tutto funziona come previsto. Altrimenti cosa succederà? Avranno aumentato la fuoriuscita del petrolio senza risolvere nulla? Di bene in meglio. Quando il giacimento si sarà esaurito e avrà riversato in mare tutto il petrolio presente al suo interno, questi geni della British Petroleum annunceranno festanti di essere finalmente riusciti a fermare la perdita. E qualcuno li ringrazierà e batterà loro le mani commosso. Nel frattempo, nell'era del Grande Fratello, possiamo gustarci in diretta la Terra che sputa fuori il petrolio senza sosta. Ora ha anche un nome, la spill-cam. Ad oggi, si stima che la perdita sia di 2.2 milioni di litri al giorno. L'EPA, l'agenzia americana per la protezione dell'ambiente, sostiene che la perdita, se non arrestata, potrebbe continuare fino ad agosto. Le conseguenze di questo scenario sono inimmaginabili. Già lo sono ora.
E mentre in Lousiana crescono le polemiche perché, secondo le autorità locali, smentite con molto coraggio da BP, la multinazionale del petrolio ha organizzato soccorsi da palcoscenico in occasione della visita di Obama su una spiaggia di Grand Isle, il Dipartimento della Giustizia ha mosso i primi passi verso un'azione penale contro Bp per i comportamenti tenuti prima e dopo il disastro. Infatti, da alcuni documenti interni alla BP risultano inequivocabili gravi problemi e molte preoccupazioni legate alla sicurezza della piattaforma di trivellazione Deepwater Horizon molto prima di quanto la società petrolifera stessa abbia riferito al Congresso la settimana scorsa. I problemi interessavano il rivestimento della tubazione del pozzo e la valvola ausiliaria anti-esplosione, elementi rivelatisi ad alta criticità nella spirale di eventi che ha portato al disastro della piattaforma. Dai documenti risulta infatti che già a marzo, dopo varie settimane di problemi sulla piattaforma, BP era alle prese con grosse difficoltà e nello specifico con una perdita di "controllo del pozzo". Ben undici mesi prima, per di più, già aveva coltivato preoccupazioni in merito al rivestimento del pozzo e alla valvola ausiliaria anti-esplosione. Sebbene il rapporto indichi che l'azienda fosse consapevole di alcuni rischi e di aver fatto un'eccezione alla regola, quando venerdì scorso ha testimoniato in Louisiana in relazione alle cause del disastro della piattaforma, Hafle, ingegnere petrolifero della BP, ha ricusato l'idea che l'azienda avesse deciso di correre tali rischi e davanti a un gruppo di sei esperti ha affermato: "Nessuno pensava che ci fosse un problema di sicurezza. Si erano presi in considerazione e risolti tutti i rischi possibili e tutti i motivi di preoccupazione e si era arrivati a un modello operativo che lasciava intuire che, se gestito correttamente, ci avrebbe consentito di lavorare con successo". Ma ad aprile di quest'anno, gli ingegneri dell'azienda petrolifera sono giunti alla conclusione che il rivestimento "sarebbe stato verosimilmente inefficace come sigillante", stando al documento, con riferimento al fatto che la tubazione doveva essere rivestita per evitare che dal pozzo fuoriuscissero dei gas.
Qualora il piano D dovesse fallire, si passerà al piano E: l’inserimento di una seconda valvola che blocchi la fuoriuscita. Un esperimento, quest’ultimo, che ha però sollevato i dubbi di qualche esperto. Intanto una seconda squadra è pronta alla preparazione di un pozzo di emergenza. È il piano F. La costruzione è iniziata il 2 maggio, quindi è stata sospesa per permettere l’inserimento, poi fallito, della cappa. Ora riprenderà la costruzione ma serviranno settimane, se non mesi, prima che il pozzo sia completato.
Intanto è grande caos anche sul contenimento in superficie della marea nera. Le autorità della Louisiana hanno chiesto la realizzazione di barriere di sabbia per proteggere le paludi, ma di nuovo si sono levate voci contrarie. Ci vuole troppo tempo e saranno pronte quando ormai la macchia nera avrà invaso la costa. Perplessità sull’isola artificiale, la cui costruzione è stata autorizzata pochi giorni fa, che dovrebbe fare da scudo. Poi seri timori per i solventi. Ne sono già stati versati 3,3 milioni di litri: a giudizio degli ecologisti possono avere un impatto negativo, anchce se peggio di così è difficile pensare cosa possa esserci. Altri hanno esaminato quanto fatto dai messicani nel 1979 al largo di Playa del Carmen dopo l’inabissamento di una piattaforma. Lì sono riusciti a domare il greggio con i robot dopo dieci mesi di lavoro, ma avevano il vantaggio di operare a profondità ridotte (52 metri) e non 1.500. E con l’arrivo della stagione degli uragani il petrolio sarà trasportato molto all’interno con ulteriori ferite sull’ecosistema. Ma la soluzione migliore è arrivata dalla Russia che ha suggerito il ricorso alle atomiche sostenendo di averlo fatto negli anni Settanta.
Io ho una soluzione ancora migliore: facciamo esplodere la Terra.

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