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8 gennaio 2011

Dieci domande e dieci risposte sul nucleare

1 - E’ vero che il nucleare offre un contributo energetico insostituibile?
Il contributo attuale al fabbisogno energetico mondiale fornito dal nucleare si attesta sul valore del 5,9% dell’energia primaria.
In realtà il valore del 5,9% dell’energia primaria non tiene conto del fatto che solo meno di un terzo del contenuto energetico del combustibile fissile viene effettivamente sfruttato, in quanto convertito in energia elettrica, l’unica forma di energia che le centrali nucleari sono realmente in grado di sfruttare.
Se andiamo infatti a vedere il seguente grafico, con il mix di produzione dell’energia elettrica, notiamo come il contributo del nucleare corrisponda al 13,8% (del fabbisogno elettrico), ossia inferiore a quello dell’energia idroelettrica che contribuisce per il 15,6%.

Del resto, sempre secondo i dati della IEA, nel 2007 la produzione idroelettrica ammontava a 3.162 miliardi di kWh contro i 2.719 del nucleare.
Quindi la produzione da nucleare copre effettivamente un 2% dei consumi mondiali. Come si vede bene anche dal seguente grafico tratto dagli importanti lavori di Storm van Leeuwen. Peraltro nessuno studio scientifico serio prevede che per il futuro il nucleare possa fornire un maggiore contributo che resterà sempre inferiore a quello di una fonte rinnovabile come l’idroelettrico.

29 dicembre 2010

Una marea radioattiva soffocata nel silenzio

Dicembre volge al termine e come ogni anno i media italiani raccontano quanto faccia freddo d’inverno, che è arrivata la neve e che è iniziata la corsa all’ultimo regalo, possibilmente il più stupido e inutile possibile. Insomma, notizie di assoluto rilievo e poco scontate, che non lasciano spazio per vicende di poco importanza come lo sversamento di tre milioni di litri di fanghi radioattivi in un insignificante paese dell’Africa nera. Greenpeace Africa aveva infatti ricevuto il 17 dicembre un rapporto su uno sversamento di 200.000 litri di fanghi radioattivi avvenuto l’11 dicembre scorso, a causa della rottura delle barriere di contenimento di tre vasche dove venivano stoccate le scorie della miniera di Somair, gestita dal gigante del nucleare francese Areva. Il 21 dicembre però il disastro è risultato essere 10 volte peggiore. La società, controllata al 90% dal governo francese, ha dovuto ammettere che dalle vasche sono fuoriusciti per “troppo pieno” 30 milioni di litri di fango radioattivo e non 200 mila. Inoltre, l’area coinvolta è di 20 ettari e non 2 come era stato precedentemente comunicato. Ancora nessun dato ufficiale è stato fornito sui livelli di contaminazione. Una marea radioattiva nel cuore del Niger, soffocata nel silenzio in Italia, dove è appena partita la grande campagna mediatica del Forum Nucleare Italiano.
L’Ong Aghir in’Man ha pubblicato le foto che documentano il cedimento delle dighe dei bacini di stoccaggio degli effluenti liquidi provenienti dal processo di macinazione dell’uranio, i cosiddetti liquidi sterili, con la conseguente contaminazione di tutta l’area circostante. Almoustapha Alhacen, che ha effettuato un controllo sulla fuoriuscita per conto di Aghir in’Man, ha confermato a Greenpeace la contaminazione del terreno in seguito allo sversamento dell’11 dicembre. L’estrazione dell’uranio produce grandi volumi di scorie radioattive e industriali. Uno sversamento nell’ambiente come quello avvenuto dalle vasche degli sterili radioattivi può causare una grave contaminazione delle acque freatiche e dei pozzi locali. “Quando l’approvvigionamento idrico locale viene contaminato con materiali radioattivi ed altri materiali, questo pone gravi rischi sanitari per la popolazione locale – spiega Greenpeace Africa – Il fango che rimane dopo la rimozione dell’uranio dal minerale contiene l’85% della radioattività iniziale del minerale. Nelle miniere di uranio in Niger, queste scorie minerarie vengono stoccate in enormi mucchi, esposti all’aria aperta”.
Secondo Rianne Teule, responsabile energia di Greenpeace Africa, “questa nuova perdita dimostra che le cattive pratiche delle miniere di uranio di Areva in Niger continuano a minacciare la salute e la sicurezza delle persone e dell’ambiente. In contrasto con le dichiarazioni di Areva, che sostiene che le loro operazioni sono conformi alle norme internazionali per sicurezza, ambiente e salute, queste nuove informazioni dimostrano che Areva non ha fatto abbastanza per proteggere la popolazione del Niger”.
A maggio, il rapporto di Greenpeace “Left in the Dust” ha rivelato alti e pericolosi livelli di contaminazione nell’aria, nell’acqua e nel suolo nei dintorni delle miniere di uranio di Areva in Niger. La multinazionale atomica ha liquidato le analisi come «di parte», ma Greenpeace ha pubblicato alcuni giorni fa il rapporto definitivo che dimostra come le due cittadine minerarie di Arlit e Akokan, costruite di sana pianta da Areva, sino circondate da aria avvelenata, il suolo contaminato e l’acqua inquinata. Il rapporto svela anche il traffico di metalli e materiali radioattivi provenienti dall’interno degli impianti minerari, con rottami metallici e attrezzature radioattivi venduti direttamente nei mercati locali e riciclati nella costruzione delle poverissime abitazioni di Arlit e Akokan. Un traffico evidente ma anche questo negato da Areva.
Ancora una volta il nucleare dimostra di essere ben lontana da un’energia pulita e sostenibile, se si prende in considerazione, come spesso si evita di fare, l’intero processo produttivo dell’energia atomica, dall’estrazione dell’uranio in miniera, passando per la centrale fino ad arrivare allo smantellamento dei reattori e allo stoccaggio delle scorie. Non si può prendere in considerazione la sola produzione di energia senza contare il mondo che gravita intorno.
Intanto l’Uranio che si sta estraendo da queste miniere del Niger potrebbe presto finire anche nelle centrali che il governo Berlusconi, con il sostegno dell'esimio professor Veronesi, vuole costruire in Italia.

21 settembre 2010

Oltre Copenhagen

Il “grande bluff” del Cop15, la conferenza Onu sui cambiamenti climatici  tenutasi a Copenhagen nel 2009, a cui hanno partecipato le delegazioni di 192 stati, ma dalla quale, ancora una volta, sono stati esclusi i veri rappresentanti del popolo (soprattutto del sud del mondo),  è il tema di scottante attualità protagonista del documentario. Un meeting che anche quest’anno, come già è successo in passato non ha portato risultati, facendo emergere una situazione sempre più critica per quanto riguarda il futuro del mondo e dell’ambiente.
“Oltre Copenaghen - afferma il regista Raffaele Mosca - nasce dalla necessità di raccontare come il mondo dell’eco-attivismo reagisce e propone soluzioni alternative ai problemi che i cambiamenti climatici comportano. Abbiamo cercato anche di rendere palese la mancanza di disponibilità da parte dei "grandi della terra" di assumersi le proprie responsabilità in termini di compensazione del danno arrecato ai territori colpiti da questi sconvolgimenti (migrazioni di massa, inquinamento, inondazioni), per non parlare delle dichiarazioni di facciata che li vorrebbero impegnati nella conversione dei sistemi di produzione verso standard eco-friendly ”. Il documentario infatti rappresenta l’altra faccia del summit: quella degli eco-attivisti, del Klimaforum e delle proposte “dal basso” per far fronte all’emergenza ambientale. Le stesse proposte che i cosiddetti “grandi della terra”, riuniti intorno al tavolo delle trattative, hanno rifiutato, ma che sono state invece appoggiate dal G77 (il gruppo dei Paesi in via di sviluppo), in particolare dal Presidente della Repubblica delle Maldive Mohamed Nasheed.
Un documentario che ha affrontato la riunione dei grandi della terra dal punto di vista della protesta, duramente repressa, delle riunioni non governative e delle proposte per un mondo migliore senza seguire i diktat del profitto, ma anche ponendosi la domanda, “dopo Copenhagen, cosa fare?” che guarda con preoccupazione al nuovo meeting, il Cop16 che si terrà prossimamente a Cancun in Messico.

Guarda l’intero documentario “Oltre Copenhagen”, di Raffaele Mosca e Riccardo Pavone (32’)

18 luglio 2010

Nucleare: senza vergogna!

Facciamo un po' di ordine. Il 10 giugno la Corte Costituzionale respinse i ricorsi presentati da 11 regioni (diventate poi 10, grazie al nuovo governatore del Piemonte Cota che si defilò) contro la legge 99 del 23 luglio 2009 che dà il primo via libera alla costruzione di centrali nucleari su suolo italiano. Al governo furono contestati diversi punti: l'assenza di intesa e raccordo con ciascuna delle Regioni interessate dalla scelta dei siti delle centrali; i criteri e le modalità di esercizio del potere sostituivo dell'esecutivo centrale in caso di mancato accordo; la possibilità di dichiarare i siti aree di interesse strategico nazionale, soggette a speciali forme di vigilanza e di protezione; la procedura che prevede una autorizzazione unica (e non a livello locale) sulle tipologie di impianti per la produzione di energia nucleare rilasciata previa intesa della Conferenza unificata e dopo delibera del Cipe. Ricorsi infondati o inammissibili secondo la Consulta. Dal centrodestra si è gridato al successo e la notizia ebbe subito grande risalto sui media.
Molto meno riscontro ebbe l'ammissione del ricorso presentato da Umbria, Toscana, Emilia-Romagna e la Provincia autonoma di Trento, quest'ultima in quanto, appunto, dotata di particolari autonomie. La Corte Costituzionale, infatti, con la sentenza 215/2010 del 09/06/2010 dichiarò incostituzionale l'articolo n.4 (comma 1, 2, 3, 4) della legge n.102 del 3 agosto 2009, "Interventi urgenti per le reti dell'energia", ovvero il primo atto legislativo del nostro Governo per la costruzioni di centrali nucleari. Riassumendo, il quarto articolo diceva che la costruzione delle centrali nucleari era faccenda urgente e indispensabile, che essa sarebbe stata realizzata con capitali privati, o prevalentemente privati, e che il Governo avrebbe potuto istituire commissari straordinari con poteri esclusivi e totali a proposito dell’ubicazione delle centrali. La Suprema Corte stabilì invece che l’urgenza delle centrali nucleari non si concilia con il ricorso ai capitali privati, per natura incerti, per costruirle: un’azienda investe dove e quando le conviene, non al comando di un decreto legge. Inotre, poichè la costruzione di nuove centrali nucleari sono iniziative di rilievo strategico, "ogni motivo d’urgenza dovrebbe comportare l’assunzione diretta, da parte dello Stato, della realizzazione delle opere medesime". Ma se lo Stato non si muove in prima persona, le centrali nucleari non sono poi così urgenti. E di conseguenza “non c’è motivo di sottrarre alle Regioni la competenza nella realizzazione degli interventi”.
Ma nessuna delle due sentenze di fatto stabilisce una parola definitiva sul tema in questione. La Corte Costituzionale, infatti, non può stabilire se produrre energia dagli atomi di uranio sia incostituzionale o meno. D'altronde l'energia nucleare è stata presente nel nostro paese per ben 28 anni. Tantomeno la Consulta può stabilire se sia utile, dannoso o pericoloso il ricorso a tale soluzione energetica. Ciò su cui la Corte Costituzionale può decidere è il rispetto delle competenze del governo centrale e delle regioni in materia. La Costituzione prevede che in tema di energia governo centrale e enti regionali abbiano potestà concorrente. Ed è questo il punto cardine che può decidere come, quando e con quali poteri il governo potrà proseguire la sua corsa all'atomo.

14 luglio 2010

Basta Palle!!!

L'8 luglio è stato pubblicato sulla Gazzatta Ufficiale, con grande ritardo sulla tabella di marcia prevista da Berlusconi, lo statuto della Agenzia per la sicurezza nucleare. Il passo successivo verso il disastro atomico, propedeutico alla scelta dei siti per la costruzione delle nuove centrali, sarà la nomina del Presidente e dei 4 componenti dell'Agenzia. Ma già rimbalzano le voci sulla nomina del celeberrimo oncologo Umberto Veronesi alla Presidenza, come conferma Stefano Saglia, sottosegretario al Ministero allo sviluppo economico del fu Scajola: "Stiamo lavorando affinché i componenti del collegio dell'agenzia siano nominati dal consiglio dei ministri prima della pausa estiva, ai primi di agosto". "Le voci che danno Veronesi, senatore del Pd, alla presidenza sono più che fondate. Sarebbe un elemento di grande garanzia", ha aggiunto Saglia, sottolineando che la nomina del Presidente spetta direttamente al Presidente del Consiglio (che è una garanzia ancora più grossa, nda) mentre gli altri quattro componenti sono nominati due dal ministro dell'Ambiente e due dal ministro allo Sviluppo Economico. Ministero che è detenuto ad interim da Berlusconi ben dal 5 maggio dopo le grottesche dimissioni di Scajola, dato che comprende questo dicastero comprende i tasti delicati del nucleare e delle telecomunicazione, tanto cari al Premier, in barba al più palese conflitto di interessi.
Forse per una banale coincidenza o forse no, pochi giorni prima, il 4 luglio, la trasmissione Telecamere in Onda su RaiTre intervista l'oncologo Umberto Veronesi, senatore del Pd, ex ministro della Sanità nel governo Amato. Argomento della puntata: il ritorno dell'Italia al nucleare. Veronesi non nasconde il suo pensiero filo-nucleare, anzi "c'è una larga componente di sinistra che è favorevole al nucleare perchè è favorevole allo sviluppo della scienza, alla nazionalità, alla visione per il futuro. Non abbiamo tante scelte per il futuro in termini di energia - aggiunge lo stimato oncologo -  o ci affidiamo al nucleare o dobbiamo continuare a bruciare". Ma quando il giornalista pone dei leggittimi dubbi sulla sicurezza nucleare per la salute dell'uomo e dell'ambiente, la smentita del Professore non si fa aspettare e arriva forte e decisa: "Il nucleare non ha emissioni di alcun tipo, perchè essendo energia prodotta da un meccanismo molto semplice, la rottura di un atomo, non c'è combustione, non ci sono produzioni di gas di vario tipo e quindi non c'è rischio in termini di normale funzionalità, esattamente come la solare, l'eolica. Il rischio è solamente in caso di incidente. L'incidente è un problema da evitare". Ancora una volta però l'insoddisfatto intervistatore si pone degli interrogativi, ora riguardo le scorie nucleari, ma il Dott. Veronesi spazza prontamente via ogni dubbio: "Le scorie non sono più un rischio, ormai sono talmente concentrate che una centrale nucleare di scorie veramente importanti ne produce un metro cubo, due metri cubi all'anno che si possono facilmente mettere in posizione geografica adatta, naturalmente. Sono quarant'anni che ci sono centinaia di centrali nucleari e nessuna ha mai avuto un problema con le scorie".
Ora, egregio Dott. Veronesi, lasciando perdere quello che alcuni hanno definito inciucio nucleare con il PdL, vorrei controbattere punto per punto ad ogni sua affermazione, ma dato che lei è Umberto Veronesi e io non sono nessuno e non vorrei mai peccare di presunzione, lascerò che sia la scienza e i fatti a confutare le sue affermazioni. Quella Scienza che secondo lei dovrebbe svilupparsi con il ritorno all'energia nucleare. A tal proposito, vorrei farle notare come in Germania, paese all'avanguardia al mondo per le "energie verdi", per la precisione a Berlino, esiste un centro di ricerca scientifica sulle fonti rinnovabili più grande di un intero quartiere, dove studiano e lavorano più di 20mila persone. In questo centro si analizzano i materiali utilizzati nelle energie pulite per aumentarne l'efficienza e abbassare i costi, tanto che, grazie a nuovi studi, il costo di un metro quadrato di un pannello solare, a parità di efficienza, è stato ridotto di un terzo, da 150 euro a meno di 50. Una volta sul mercato questo brevetto, oltre a rendere l'energia solare ancora più conveniente, porterà una valanga di denaro nelle casse della Germania. Brevetto che tra l'altro è stato sviluppato dal ricercatore italiano Roberto Fornari, esule dal CNR di Parma, perchè giustamente per noi è più importante sviluppare e finanziare la ricerca nucleare, perchè il nucleare in Italia è il futuro. Ma abbiamo davvero un futuro?

7 luglio 2010

Salento: l'amianto lascia il posto ai pannelli solari

La Provincia di Lecce si candida a diventare la prima in Italia a sostituire tutte le coperture delle aziende in eternit con pannelli fotovoltaici con l’adesione al progetto “Eternit free”.

E’ la prima provincia italiana ad aver aderito al progetto "Eternit free" promosso da Legambiente e AzzeroCO2. Una provincia virtuosa che punta a eliminare tutte le coperture in amianto delle aziende sostituendole con moduli fotovoltaici, beneficiando degli incentivi speciali introdotti dallo Stato (Dm del 19 febbraio 2007) in scadenza nel dicembre 2010. L’iniziativa è stata presentata oggi nella sede della Provincia salentina alla presenza delle autorità locali e dei vertici delle associazione di categoria Confindustria e Confartigianato insieme a Legambiente.
Con la sua adesione al progetto “Eternit free”, Lecce vuole dare il buon esempio anche alle altre amministrazioni locali italiane e potrà informare tutte le aziende del territorio sulla possibilità di utilizzare gli incentivi nazionali e locali per interventi di sostituzione dell’eternit presente sulle coperture dei capannoni destinati ad attività agricole e industriali con impianti fotovoltaici.
Saranno proprio Legambiente e AzzeroCO2, in collaborazione con gli enti locali e le sezioni leccesi di Confindustria e Confartigianato, ad individuare le aziende da coinvolgere nel progetto che potranno scegliere di finanziarsi da sole o di essere supportate dal credito bancario. Le aziende che parteciperanno al progetto, infatti, potranno ricevere alternativamente un supporto qualificato per investire risorse proprie nella realizzazione di un impianto fotovoltaico oppure beneficiare gratuitamente della bonifica del proprio capannone, cedendo il diritto di superficie della copertura ad AzzeroCO2.
La Provincia di Lecce si candida a diventare la prima provincia italiana libera dall’amianto. Si stima, infatti, che su tutto il territorio del leccese le coperture dei capannoni industriali ancora in eternit siano oltre 200, per una superficie ancora da sostituire pari a 250.000mq. Ipotizzando l’adesione alla campagna di tutti gli operatori si potrebbe arrivare ad un potenziale di circa 25 MW fotovoltaici con benefici per la salute dei cittadini e per l’ambiente.

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25 giugno 2010

Dialogo sulla natura

Il disastro nel Golfo del Messico è l'ultimo dei tanti segnali che il mondo ha urgentemente bisogno di una nuova politica energetica, che deve necessariamente correre accanto a una nuova politica alimentare. L'industrializzazione dell'agricoltura e la produzione spinta hanno imposto un modello con monocolture intensiva e agricoltura in ogni angolo del pianeta, con la conseguente mercificazione e svalorizzazione del cibo.
Secondo l'economista Jeremy Rifkin, presidente della "Foundation on Economic trends", che da decenni studia gli impatti dei cambiamenti scientifici e tecnologici sull'economia, la società e l'ambiente, la base primaria dell'economia del mondo è la fotosintesi. La razza umana è la specie più giovane della terra in quanto esistiamo da "soli" 175mila anni; l'uomo rappresenta solo lo 0.5% di tutta la biomassa del pianeta, ma sfruttiamo il 24% della fotosintesi globale. Siamo dei mostri che stanno divorando giorno dopo giorno questo pianeta. Se le previsioni di un aumento della popolazione mondiale fino a 10 miliardi nei prossimi 20-30 anni dovessero risultare corrette, arriveremmo a utilizzare il 50% della fotosintesi globale solo per il sostentameno di una sola specie, la nostra, a discapito di tutte le altre specie terrestri. Questo è assolutamente insostenibile.
L'avvento di internet nell'era modera, dove ognuno crea la propria informazione e la condivide, rappresenta una comunicazione distribuita che potrebbe porre la base per una nuova rivoluzione industriale. La gente, in aprticolare i giovani, hanno oggi una visione globale e orizzontale del mondo, ma soprattutto sta nascendo un maggior interesse e preoccupazione verso il proprio futuro. Questo sta portando a un rilancio delle energie rinnovabili, che vengono anche definite "energie distribuite" in quanto sono presenti in ogni metro quadrato del pianeta e ognuno di noi vi potrebbe accedere: il sole che splende su tutta la Terra ogni giorno, il vento che soffia quasi ovunque, il calore sotterraneo per la geotermia, i rifiuti agricoli e forestali che sono sempre utilizzabili per produrre energia, l'idroelettrico, il moto delle maree, la raccolta differenziata di rifiuti. Poi ci sono le energie d'élite, carbone, gas, petrolio e uranio, presenti soltanto in alcune zone del pianeta, il cui utilizzo richiede enormi investimenti e impegni di carattere geopolitico. Convergenza tra comunicazione e energia distribuita, questa è la terza rivoluzione industriale.

23 giugno 2010

Corte Costituzionale: la legge sul nucleare anticostituzionale

La Corte Costituzionale con la sentenza 215/2010 del 09/06/2010 dichiara incostituzionale l'articolo n.4 (comma 1, 2, 3, 4) della legge n.102 del 3 agosto 2009, "Interventi urgenti per le reti dell'energia", ovvero il primo atto legislativo del nostro Governo per la costruzioni di centrali nucleari. A sollevare la questione presentando il ricorso erano state Umbria, Toscana, Emilia-Romagna e la Provincia autonoma di Trento, quest'ultima in quanto, appunto, dotata di particolari autonomie. Il quarto articolo del decreto legge sul nucleare diceva, riassumendo, che la costruzione delle centrali nucleari era faccenda urgente e indispensabile, che essa sarebbe stata realizzata con capitali privati, o prevalentemente privati, e che il Governo avrebbe potuto istituire commissari straordinari con poteri esclusivi e totali a proposito dell’ubicazione delle centrali  ("Il Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dello sviluppo economico [...] individua gli interventi relativi alla produzione dell'energia, da realizzare con capitale prevalentemente o interamente privato, per i quali ricorrono particolari ragioni di urgenza in riferimento allo sviluppo socio-economico e che devono essere effettuati con mezzi e poteri straordinari). La Suprema Corte ha quindi stabilito che l’urgenza delle centrali nucleari non si concilia con il ricorso ai capitali privati per costruirle: un’azienda investe dove e quando le conviene, non al comando di un decreto legge. Inotre, poichè la csotruzione di nuove centrali nucleari sono iniziative di rilievo strategico, "ogni motivo d’urgenza dovrebbe comportare l’assunzione diretta, da parte dello Stato, della realizzazione delle opere medesime". Ma se lo Stato non si muove in prima persona, le centrali nucleari non sono poi così urgenti. E di conseguenza “non c’è motivo di sottrarre alle Regioni la competenza nella realizzazione degli interventi”. Questo purtroppo non è uno stop definitivo al nucleare; la sentenza della Corte Costituzionale infatti sancisce semplicemente che le Regioni possano disattendere la possibilità di costruire centrali nucleari. Il governo aveva presentato come esigenza improcrastinabile la costruzione delle nuove centrali, ma grazie a questa sentenza ciascuna Regione potrà  decidere autonomamente, in quanto si è riconosciuto che la costruzione di centrali nucleari non è urgente, tantomeno necessaria. Ad esempio, se una regione come il Piemonte, dove il neo-presidente Cota asservito ai suoi padroni ha ritirato il decorso presentato dalla vecchia giunta, fosse in accordo con lo Stato sulla ubicazione della centrale nel suo territorio, non vi sarebbe alcun impedimento. Questa sentenza non è quindi la soluzione definitiva, ma un passo avanti enorme.
Inoltre ieri, la Corte Costituzionale si è pronunciata sul ricorso contro il ritorno al nucleare presentato da 11 regioni italiane che verte principalmente sulla mancata previsione della necessità di un’intesa con le Regioni e gli enti locali a proposito dell’ubicazione delle centrali nucleari. Restiamo in attesa della pubblicazione della sentenza. Nel frattempo non possiamo ignorare il silenzio tombale al riguardo, nessun organo di informazione ha dato notizia della cosa. Non certo una sciocchezzuola, visto che questo Governo ha impegnato mesi della sua propaganda politica nel convincere noi Italiani che il nucleare era cosa buona e giusta. E stiamo parlando di nucleare, non della ricetta dei biscotti.
Ma la sentenza circola in rete e sta rimbalzando da un sito all'altro. E questa è inoppugnabile, la fonte è il sito ufficiale della Corte Costituzionale. Il bavaglio non vi basterà. La rete corre più veloce di voi!

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12 giugno 2010

Energie rinnovabili: l'Europa e l'Italia

La Germania è uno dei Paesi più industrializzati al mondo, eppure dal 1990 ad oggi ha abbattutto del 18% l'emissione dei "gas serra". L'Italia invece ha fatto esattamente l'opposto e nello stesso periodo le abbiamo aumentate del 10%. In Germania il 16% del fabbisogno è coperto da energie rinnovabili: sole, vento e alberi. L'Enertrag, compagnia energetica tedesca, ha costruito la prima centrale mista al mondo, ovvero sfrutta l'energia eolica non solo per fare energia elettrica, ma anche per produrre l'idrogeno, l'energia più pulita al mondo, che potrà poi essere immagazzinato in distributori per il traffico veicolare. Ma tutto questo è stato reso possibile grazie alle Leggi sulle energie rinnovabili votate nel 2000 dal 90% del Parlamento, maggioranza e opposizione insieme. Una semplicissima legge di 10 pagine. Un passo importante per l'obiettivo europeo del "20-20-20", ovvero entro il 2020 abbattere del 20% le emissioni di CO2, coprendo il 20% dei fabbisogni nazionali con energie rinnovabili; ma le previsioni più ottimistiche sostengono che la Germania nel 2020 potrebbe addirittura coprire il 60% del proprio fabbisogno con energia verde. E non solo. In meno di 10 anni, grazie a questa legge si sono creati 750.000 posti di lavoro legati alle energie rinnovabili. E' evidente quindi come la green economy possa rilanciare l'ccupazione e quindi l'economia di un Paese. E in Germania l'hanno capito molto bene. Solo a Berlino esiste un centro di ricerca sulle energie rinnovabili, più grande di un intero quartiere, dove studiano e lavorano più di 20mila persone. In questo centro si studiano i materiali utilizzati nelle energie pulite per aumentarne l'efficienza e abbassare i costi, tanto che grazie a nuovi studi il costo di un metro quadrato di un pannello solare, a parità di efficienza, è stato ridotto di un terzo, da 150 euro a meno di 50. Una volta sul mercato questa ricerca porterà una valanga di denaro nelle casse della Germania.

3 giugno 2010

Rivoluzione verde

Qualcuno ci crede, qualcuno dice che è possibile. I più ottimisti dicono che siamo già partiti. Poi insieme a loro ci sono anche i profeti dell'Apocalisse ambientale. Ma i primi barlumi, i primi segnali di ottimismo ci sono e arrivano ancora una volta dalla scienza e dalla ricerca, dalle nuove nanotecnologie e dai nuovi modelli di sviluppo urbanistici.
Una frontiera della ricerca scientifica che promette grandi benefici per l'ambiente è nata poco fa qnd i biologi americani Craig Venter e Hamilton Smith hanno creato artificilamente la prima forma di vita (un batterio). Le applicazioni future sono molteplici: ad esempio nuove alghe che saranno i biocarburanti del futuro, capaci di assorbire le emissioni di anidride carbonica e poi ritrasformarle in energia, esattamente come fanno gli alberi. Un'altra sfida della biogenetica è la creazione di nuove specie di cereali e leguminose la cui coltivazione consumerà una frazione dell'acqua necessaria oggi; l'agricoltura consuma il 70% delle risorse idriche del pianeta e la creazione di nuove specie offre una speranza importante, soprattutto per le nazioni più popolose, come Cina e India. Inoltre dalla creazione artificiale della vita può arrivare una risposta ai più gravi disastri ambientali, come la marea nera rovesciata dalla Bp nel Golfo del Messico; già in natura esistono infatti batteri che divorano il petrolio e lo frantumano in componenti cellulari organici. Albert Venosa, della Environmental Protection Agency americana, ha dimostrato che "aiutandoli" con altre sostanze di base come nitrogeni, fosforo e potassio "il lavoro di questi batteri accelera prodigiosamente, riescono a distruggere in un'estate il greggio che normalmente eliminerebbero in cinque o sei anni". Ora vi è una concreta speranza nata a valle delle ricerche sul genoma. Dopo il primo batterio artificiale di Craig Venter, si potrebbero costruire in laboratorio dei batteri mangia-petrolio, capaci di aggredire e ripulire una marea nera con una voracità potenziata. Il problema attuale dell'utilizzo di questi batteri, infatti, già sperimentati in passato in mare durante fuoriuscite di petrolio, è che sono in grado di utilizzare il petrolio come fonte di carbonio per creare il proprio nutrimento, ma questo è un procedimento che richiede un grosso dispendio di energia da parte del batterio, che preferisce quindi accedere ad altre fonti di carbonio più facili da scindere e facilmente reperibili in mare. Ma la biogenomica potrebbe indirizzare la biochimica di questi batteri verso i nostri scopi.
La seconda frontiera dell'innovazione arriva dallo lo sviluppo delle nanotecnologie, in particolare per le nuove applicazioni dei microsensori, formidabili alleati della natura. Uno dei massimi esperti di questo settore è l'americano Robert Atkinson, presidente della Information Technology and Innovation Foundation. "Dai laboratori escono dei microsensori capaci di distinguere più di 100 elementi chimici nell'acqua o nell'aria, e di comunicarsi le informazioni tra loro". Alcune applicazioni sono davvero promettenti: in Australia gli scienziati botanici dello Springbrook National Park hanno disseminato la foresta vergine di microsensori alimentati ad energia solare, pronti a trasmettere allarmi videoacustici per segnalare qualsiasi danno all'ambiente naturale; a Tokyo e a San Francisco gli stessi microsensori stanno per essere utilizzati nei nuovi sistemi di regolazione del traffico urbano detti Smartway: la loro "intelligenza diffusa" consentirà di eliminare gli ingorghi, riorientare il traffico, riducendo sensibilmente lo smog da trasporto urbano. La versione giapponese consentirà di collegare la rete di microsensori ai computer di bordo delle auto, orientando il guidatore verso i percorsi più razionali che abbattono il consumo di carburante.
La terza rivoluzione investe l'urbanistica. A favorirla convergono cambiamenti di varia natura: tecnologici, organizzativi, ma anche l'evoluzione demografica, nuovi stili di vita e nuovi valori. Un pioniere che progetta la metropoli verde del futuro è uno scienziato americano che si è formato sulle teorie di matematica statistica, Charles Komanoff. Da una parte Komanoff inserisce dati come la popolazione lavorativa, la percentuale di pendolari, la loro distribuzione geografica, gli orari di apertura degli uffici e dei negozi. Dall'altra introduce i prezzi dei carburanti, i pedaggi delle tangenziali e dei ponti, il costo del biglietto del metrò e dei parking. I risultati dei suoi studi sono stupefacenti: meno congestione, aria più pulita, e benefici economici misurabili. "Quasi 3 miliardi di dollari guadagnati - spiega Komanoff - tra l'abbattimento delle emissioni di CO2, la riduzione delle vittime di incidenti automobilistici, il tempo risparmiato negli spostamenti". L'impatto ambientale? Un drastico taglio del 50% nei consumi energetici per i trasporti. Meno autostrade intasate di pendolari, più metrò e piste ciclabili. Ma esistono anche soluzioni ben più semplici di complicate formule matematiche. Arthur Rosenfeld, lo scienziato che l'America ha premiato con l'Enrico Fermi Award e fondatore della California Energy Commission, promuove nel mondo intero la campagna "tetti bianchi": "Ridipingendo semplicemente di bianco i tetti dei palazzi - spiega Rosenfeld - la luce solare viene riflessa e restituita all'atmosfera. Si riducono i consumi di aria condizionata dal 10 al 20%. Da Chicago a Sidney, in 15 anni questo vuol dire eliminare 15 miliardi di tonnellate di CO2, l'equivalente di una riduzione del 40% nel traffico automobilistico". Ma questo è semplicemente la riscoperta di un'antica usanza, visto che il bianco è il colore dominante degli edifici in molte civiltà di zone calde, come tutta l'area mediterranea.
Per convogliare le risorse della scienza e della tecnica, per incentivare i cambiamenti positivi negli stili di vita collettivi, le strategie politiche apparentemente divergono. E incredibilmente (o intelligentemente?) i paese più impegnati in una riconversione dell'economia verso la green economy, anche in termini di capitali investiti, sono due dei paesi più industrializzati e inquinanti: America e Cina, ai quali si aggiunge con orgoglio la Germania. L'America di Obama fa affidamento ad un misto di ricerca pubblica, incentivi al capitalismo privato e spirito imprenditoriale; 100 miliardi di dollari di investimenti e due milioni di posti di lavoro. La Cina sta incorporando la sfida ambientale nella pianificazione della sua classe dirigente, autoritaria e tecnocratica; è un modello centralizzato che già oggi è capace di investire 34 miliardi di dollari nelle energie rinnovabili: il doppio degli Stati Uniti. La Germania, e con essa l'Europa nordica e scandinava, ha preferito un approccio fiscale "punitivo", con le più alte tasse del mondo sui consumi di carburanti fossili. Ed anche il made in Germany è in gara sulle frontiere più avanzate delle tecnologie verdi. È una competizione virtuosa, in cui tutti abbiamo da guadagnare. E la competizione fra questi sistemi, in un misto di emulazione e concorrenza spietata, farà avanzare si spera il mondo intero. Come spiegano gli scienziati del Massachusetts Robert Pollin e James Heintz, autori del rapporto Green Recovery, "all'improvviso tutti i governi del mondo devono riconoscere che non c'è altro settore capace di trainare la ripresa e creare occupazione, come può farlo la nuova economia dell'ambiente". Abbiamo ancora tanto da imparare.
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29 maggio 2010

Nucleare o Nuculare?



Areva è la multinazionale leader a livello mondiale nel campo dell’energia nucleare, posseduta al 90% dalla Francia, ma soprattutto è monopolista in ogni attività industriale collegata: miniere, chimica, arricchimento, combustibili, ingegneria, propulsione nucleare e reattori, trattamento, riciclaggio, stabilizzazione e stoccaggio delle scorie. Inoltre è detentrice del brevetto dei "reattori nucleari europei ad acqua pressurizzata" (Epr) che il governo Berlusconi vorrebbe costruire in Italia. Tuttora c’è chi considera l’energia nucleare una fonte sicura e “rinnovabile” in quanto non fossile. Ma il ciclo di reazione usa come combustibile l’uranio-235 e il suo utilizzo dipende da risorse minerarie molto limitate, che secondo il tasso di utilizzo odierno si stima possano durare tra i 60 e i 100 anni.. La metà dell’uranio di Areva proviene da Arlit e Akokan, due miniere di un Paese africano poverissimo come il Niger; la multinazionale francese ha coperto i suoi scopi di sfruttamento delle risorse proponendo questa sua attività come un "salvataggio economico di una nazione depressa", trasformando da oltre 40 anni questo Stato dell’Africa sahariana occidentale, desertico, arido, senza sbocco sul mare e con il più basso indice di sviluppo umano del Pianeta, nel terzo produttore al mondo di uranio. Dopo 40 anni il Niger rimane un paese poverissimo, circa i due terzi della popolazione vive con meno di 1,25 dollari statunitensi al giorno. E questo gigante dell'energia nucleare ha firmato un accordo per iniziare a scavare una terza miniera tra il 2013 e il 2014.
E in Niger possiamo vedere l'altra faccia della medaglia del nucleare, quella peggiore, quella che viene sempre ben nascosta. Nel mondo "occidentale" Areva "si sta impegnando moltissimo nelle sue pubbliche relazioni per convincere i governi, gli investitori e l’opinione pubblica che il nucleare oggi è sicuro e pulito, cercando di presentarlo come una tecnologia verde” - scrive Greenpeace, ma nei paesi più poveri del mondo dove il combustibile nucleare viene estratto (Niger, Namibia, Kazakhistan e Uzbekistan principalmente) le detonazioni e le trivellazioni in miniera provocano enormi nuvole di polvere, montagne di rifiuti industriali e grandi mucchi di fango radioattivi che rimangono all’aperto, con l'enorme rischio di causare il rilascio di sostanze radioattive nell’aria, infiltrazioni nelle falde acquifere e contaminazione del terreno, con danni permanenti all’ecosistema ed enormi problemi di salute per la popolazione locale perché l’esposizione alla radioattività provoca malattie congenite, leucemia e cancro, soprattutto alle vie respiratorie in quanto durante la lavorazione vengono liberate polveri sottili che entrano facilmente nel sistema respiratorio. Questo sta già avvenendo attorno alle città minerarie di Arlit e Akokan in Niger.
L’Areva ha sempre rispedito al mittente le accuse, mentre gli ospedali locali, finanziati in un progetto di svilluppo economico da questa stessa società, sono stati accusati di non aver diagnosticato molti casi di cancro. Così nel novembre 2009 Greenpeace ha realizzato un breve monitoraggio scientifico, assieme alla Ong Rotab e al laboratorio indipendente francese CRIIRAD. I risultati sono più che inquietanti e parlano da soli: in quarant’anni nelle miniere sono stati utilizzati 270 miliardi di litri d’acqua impoverendo la falda e contaminandola; saranno necessari milioni di anni per riportare la situazione allo stadio iniziale. Nella regione di Arlit in quattro campioni di acqua su cinque la concentrazione di uranio è risultata sopra il limite raccomandato dall’Oms per quella potabile. In alcuni è presente addirittura del radon radioattivo disciolto. Nella vicina stazione di polizia il radon nell’aria è tra le 3 e le 7 volte oltre la normale soglia. In un campione di suolo prelevato nei pressi della miniera, a pochi metri dall'ospedale, uranio e materiali radioattivi sono 100 volte superiori ai livelli normali della regione e oltre i valori internazionali consentiti; la fonte della radiazione è risultata essere gli scarti di lavorazione delle rocce della miniera, utilizzati poi per costruire la strada, un modo comodo e poco costoso per smaltire le scorie radioattive. Areva ha ammesso questo folle utilizzo, impegnandosi a bonificare la zona, ma pochi mesi dopo la presunta bonifica, confermata dal Niger Department of Mines, CRIIRAD ha rilevato che la dose radioattiva al suolo era 500 volte più alta dei valori normali dell'area. Basta passare meno di un'ora al giorno in questo luogo per essere esposti nell'arco dell'anno a un livello di radiazioni superiore al limite massimo consentito. Ma qui la gente ci vive. Areva sostiene che nessun materiale contaminato proviene dalle miniere, ma Greenpeace ha trovato diversi bidoni e materiali di risulta di provenienza mineraria al mercato locale ad Arlit, con un indice di radioattività fino a 50 volte superiore ai livelli normali. Gli abitanti del luogo usano questi materiali per costruire le loro case. Questo è l'altro lato oscuro del nucleare: in Niger, paese con un livello di istruzione più basso al mondo, nessuno conosce le conseguenze del nucleare, compresi i lavoratori che lavorano in miniera. E nessuno se ne è mai guardato dal farlo. L'ignoranza e l'informazione deviata è certamente uno dei punti di forza del "nuculare".
Areva sostenne che queste miniere avrebbero portato ricchezza al paese. Secondo Almoustapha Alhacen, Presidente dell'Ong locale Aghir in'Man, "la radioattività crea invece più povertà perchè causa molte vittime; ogni giorno che passa siamo esposti alle radiazioni e continuiamo a essere circondati da aria avvelenata, terra e acqua inquinate, mentre Areva fattura centinaia di milioni di dollari grazie alle nostre risorse naturali".

Nella situazione attuale, comprare da Areva il combustibile per le centrali nucleari che il governo italiano vuole costruire significherebbe finanziare i disastri ambientali e sanitari in Niger. E vale veramente la pena impiegare 15 anni per costruire le centrali, altri venti per smantellarle, riempire il pianeta di potenziali bombe nucleari, per delle risorse che dureranno pochi decenni?
Non possiamo fare affidamento su AREVA e sul nucleare, né nel Niger né in Italia: quali garanzie possono dare con questo approccio fantasioso alla sicurezza? Il gigante francese del nucleare si presenta come una societa' attenta all'ambiente, ma il Niger ci rivela una verità ben diversa e drammatica.

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26 maggio 2010

L'eredità nucleare



Ottobre 2008: il Ministro Scajola, da poco in carica nel IV governo Berlusconi dichiara che l'Italia avrà bisogno di nuove centrali nucleari, 7 o 8 forse 10; le più moderne, sicure, tranquille e efficienti (belle no?).
Centrale nucleare di Caorso (PC): spenta nell'1987 in seguito al referendum abrogativo del 1987, tutto il materiale radioattivo è ancora lì. Il combustibile nucleare non sarà completamente rimosso prima del 2019. Più di 100 persone lavorano ancora al suo interno a vegliare il cadavere radioattivo, veglia che nel frattempo ci è costata 9 miliardi di euro per tutte le centrali.
Centro nucleare di Casaccia (25 km da Roma): solo per le barriere di sicurezza anti-terrorismo, nel 2003 sono stati spesi 40 milioni, per una centrale che in teoria dovrebbe essere spenta, ma che in realtà è ancora una bomba radioattiva. Nei depositi sono conservati oltre 100 fusti contenenti plutonio e uranio arricchito (alta radioattività). Qui scoppiò il sistema antincendio per una pessima progettazione dell'impianto; per miracolo i fusti non vennero danneggiati. Negli ultimi 2 anni, 9 operatori hanno inalato plutonio mentre lavoravano allo smantellamento delle 64 "scatole" dove veniva assemblato il materiale nucleare. Questi impianti dovevano essere smantellati dalla Sogin 20 anni fa grazie a un macchinario apposito che costò 9 miliardi di lire e che non fu mai usato. E' presente il più grosso deposito (vecchio e arrugginito) di rifiuti nucleari, 7.000 metri cubi di rifiuti radioattivi che si accumulano da più di 10 anni; ma i magazzini ormai straripano e i fusti vengono accumulati in cortile. All'aperto.
Centrale nucleare Sogin EUREX di Saluggia (VC): soggetta a continue inondazioni, essendo stata costruita sulle rive della Dora Baltea. Qui sono stati interrati 1635 metri cubi di scorie radioattive liquide, con tracce di plutonio e uranio, con il conseguente effetto vasca da bagno, ovvera l'acqua che filtra al suo interno portando via materiale radioattivo. Il loro trasporto viene classificato come "improponibile", 33 anni sono passati. La piscina, vecchia di 40 anni, contenente le barre di uranio, ha perso liquido radioattivo che è penetrato nel terreno contaminando la falda acquifera: ci sono voluti  4 anni per svuotare la piscina e fermare la perdita! 100 operatori contaminati in soli 2 anni, alcuni di loro anche più di una volta. Le barre di combustibile radioattivo, invece che essere sistemate in sicurezza nella piscina di Trino, impermeabilizzata e sicura, nonchè di proprietà della stessa Sogin, sono state "adagiate" nel deposito di Avogadro, obsoleto e vecchio di 50 anni, soggetto a perdite sistematiche, dove per di più la Sogin paga un milione di euro di affitto. Perchè? Motivi politici ovviamente, con l'amministratore della Sogin vicino politicamente (centro-destra) all'assessore di Trino, nuclearista convinto. Risultato: falda acquifera tutt'ora soggetta a contaminazione.
Centrale nucleare di Trino: in funzione dal '64, ma rimasta spenta per 9 anni per "manutenzione straordinaria". In soli 13 anni ha prodotto 2800 fusti di rifiuti radioattivi, ma il cuore radioattivo è ancora tutto da smantellare, con 150kg di plutonio e altri 47 elementi nucleari.
Centrale del Garigliano (CE): dopo 15 anni di funzionamento, spenta nel '78 a causa di un guasto e mai più riaccesa, poichè in seguito al terremoto dell'Irpinia la zona in cui sorge la centrale fu dichiarata zona sismica. Il combustibile nucleare è stato mandato dagli '60 in Inghilterra per il riprocessamento, costo ad oggi 1,6 miliardi di euro. Circa 100 persone sorvegliano l'impianto, spesa 2 milioni di euro l'anno. Non potrà essere smantellata prima del 2024, spesa prevista 350 milioni di euro. I magazzini, contenenti più di 700 fusti, sono fatiscenti, senza neanche più corrente elettrica, con uccelli selvatici che nidificano stabilmente al loro interno, e ormai colmi. Parte dei rifiuti nucleari in passato sono stati seppelliti sottoterra in buste di plastica. E sono ancora lì.
Centrale nucleare del Cirene (LT): ultimata pochi giorni prima del referndum abrogativo, non fu mai accesa.
Centrale nucleare del Borgo Sabotino: a pochi passi dalla precedente, sono stati interrati 1200 metri cubi di rifiuti, non sapendo dove metterli. Il reattore è ancora da smantellare, ma non prima del 2019, 80 persone lo vegliano da 30 anni. La grafite contenuta al suo interno rimarrà radioattiva per migliaia di anni. Non bastasse, alla fine degli anni '60 ci siamo portati a casa nostra 84 barre di Uranio da una centrale USA per riprocessarle, ma quando gli americani chiusero la loro centrale, sono rimaste.in Italia. Secondo un pentito dell'andrangheta, i dirigenti del centro pagarono per smaltire illegalmente dei rifiuti, un'inchiesta della magistratura è in corso.
Castelmauro (CB): nella cantina di una casa, nel centro storico del borgo, sono stipati 2000 fusti di rifiuti tossici e radioattivi, frutto delle ricerche (autorizzate) di un fisico nucleare e dell'attività degli ospedali. Dall'87 il "deposito" è pieno; dopo 23 anni i fusti sono ancora lì. In una cantina del centro storico. (Per gli scettici, non ci credevo neanch'io, parte 6 del video). Per la cronaca, è zona sismica.
La mole dei rifiuti prodotta dalle centrali (spente) è in costante aumento, al quale si aggiungono i rifiuti ospedalieri dei reparti di medicina nucleare. E questi rifiuti continueranno ad essere accumulati in depositi vecchi, fatiscenti e chiusi saldamente come una fetta di Gruviera perchè un deposito nucleare permanente  in Italia ancora non esiste; ne esistono solo due in tutto il mondo, Spagna e Francia. E dietro a questo business del nucleare, un giro di raccomandazioni, favori e strizzatine d'occhio all'italiana.
Inoltre, per la costruzione delle nuove centrali, a dispetto di una sentenza della Corte Costituzionale che prevede un dialogo e un accordo con le istituzioni locali sui siti, il Governo disporrà il commissariamento di quegli enti locali che si opporranno alla realizzazione. Imposizione per legge. Un passo dal regime.

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