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17 gennaio 2011

Cibi adulterati: un altro reato cancellato

La legge n. 283 del 30 aprile 1962 "Disciplina igienica della produzione e della vendita delle sostanze alimentari e delle bevande", ha tutelato per quasi 50 anni la salute dei consumatori contro le sofisticazioni alimentari nonché la qualità del marchio Made in Italy. Recita infatti la legge:
Sono soggette a vigilanza per la tutela della pubblica salute la produzione ed il commercio delle sostanze destinate alla alimentazione. A tal fine l'autorita' sanitaria puo' procedere, in qualunque momento ed a mezzo dei competenti organi ed uffici, ad ispezione e prelievo di campioni negli stabilimenti ed esercizi pubblici, dove si producano, si conservino in deposito, si smercino o si consumino le predette sostanze. nonche' sugli scali e sui mezzi di trasporto. Essa puo' altresi', procedere al sequestro delle merci e, ove dagli accertameniti eseguiti risulti necessario per la tutela della pubblica salute, alla loro distruzione.
Fondamentale l'art.5:
E' vietato impiegare nella preparazione di alimenti o bevande, vendere, detenere per vendere [...] o comunque distribuire per il consumo, sostanze alimentari: 
a) private anche in parte dei propri elementi nutritivi o mescolate a sostanze di qualita' inferiore o comunque trattate in modo da variarne la composizione naturale, [...]; 
b) in cattivo stato di conservazione; 
c) con cariche microbiche superiori ai limiti che saranno stabiliti dal regolamento di esecuzione o da ordinanze ministeriali; 
d) insudiciate, invase da parassiti, in stato di alterazione o comunque nocive, ovvero sottoposte a lavorazioni o trattamenti diretti a mascherare un preesistente stato di alterazione; 
e) adulterate, contraffatte o non rispondenti per natura, sostanza o qualita' alla denominazione con cui sono designate o sono richieste; 
f) colorate artificialmente quando la colorazione artificiale non sia autorizzata o, nel caso che sia autorizzata, senza l'osservanza delle norme prescritte e senza l'indicazione a caratteri chiari e ben leggibili, della colorazione stessa. [...]
g) con aggiunta di additivi chimici di qualsiasi natura non autorizzati con decreto del Ministro per la sanita' o, nel caso che siano stati autorizzati senza la osservanza delle norme prescritte per il loro impiego. [...]
h) che contengano residui di prodotti, usati in agricoltura per la protezione delle piante e a difesa delle sostanze alimentari immagazzinate, tossici per l'uomo. [...]
Ebbene, questa legge è stata abrogata a metà dicembre dello scorso anno. Dopo quella data, la legge che permetteva di perseguitare chi mettesse in commercio cozze tossiche, mozzarelle blu, rosse o a pois viola, maiale, uova e formaggio alla diossina, cibi scaduti e “rinfrescati” con un’ semplice cambio di etichetta è stata cancellata, grazie all’entrata in vigore della legge n. 246 del 28 novembre 2005, la cosiddetta procedura “taglia-leggi”, tanto voluta dal "Semplificatore", il Ministro leghista Roberto Calderoli, che pubblicizzò l'avvio dei lavori con il famoso falò delle vecchie leggi davanti a decine di telecamere. Ancora una volta, la giusta idea di semplificare la pesantissima burocrazia italiana, messa in mano a persone non competenti si è trasformata in un taglio alla cieca. La legge infatti cancella tutte le norme antecedenti al primo gennaio 1970, salvo quelle ritenute "indispensabili alla permanenza in vigore" che sono state elencate. La legge 283 del 1962 sulla tutela degli alimenti nell'elenco non c'è. Dimenticanza, distrazione, volontà? Qualche sospetto viene. Nel 2007 infatti ci fu già un tentativo di depenalizzare questi reati, ma le polemiche fortunatamente bloccarono tutto.
Difficile ora correre ai ripari: da questo momento, e fino all’entrata in vigore di un’eventuale nuova norma, sarà zona franca. Questo vuol dire che non esistono neanche i reati che la legge contemplava e potremmo ritrovarci sulle nostre tavole cotolette alla salmonella, carne vecchia «ringiovanita» con i coloranti, vino adulterato con additivi chimici o peggio con il metanolo, olio di oliva fatto senza olive, farine alimentari con il prione della mucca pazza, mascarpone al botulino, ortaggi con il piombo, salse rese più rosse da sostanze cancerogene, acque minerali ricche in cloroformio, pane e mortadella agli escrementi, mozzarelle prodotte con scarti di formaggi, cozze infettate dal virus dell'epatite o dal vibrione del colera, alici con il parassita anisakis che perfora l'intestino.
Il procuratore Guariniello, che segue il caso delle "mozzarelle blu", ha segnalato il problema al ministro della Salute Ferruccio Fazio che, a quanto dice, si è subito attivato per correre ai ripari. La zona franca, però, ora c’è. Niente più magistratura di mezzo (a eccezione dei casi gravi o mortali in cui subentra il codice penale), niente più sequestri preventivi, niente più blitz dei Nas.
Ancora una volta in Italia non si combatte il crimine ma lo si aiuta. E questa volta anche sulla nostra pelle. Non sono poche le organizzazioni criminali, spesso di stampo mafioso, che fanno della contraffazione alimentare fonte di immensi guadagni. Nell'attesa che qualcuno ponga rimedio a questo disastro, non ci resta che incrociare le dita ogni volta che mangiamo un boccone.


1 ottobre 2010

Ilva di Taranto: oltre ogni limite - I parte

Mi sono preso due giorni di pausa dal blog in quanto il prossimo argomento sarà lungo e complesso e la ricerca e la raccolta delle informazioni ha portato via diverso tempo. Come avrete facilmente intuito si parlerà dell’Ilva di Taranto. Ciò che mi ha colpito, mentre mi documentavo sulla questione, è l’impossibilità delle persone di dimostrare che la causa delle loro malattie siano gli scarichi nell’atmosfera dell’acciaieria tarantina. Eppure è noto che a Taranto ci si ammali di più: l’incidenza di tumori correlati all’inquinamento è maggiore del 31% rispetto alla media italiana, così come aumentano le forme di autismo e deficit intellettivi (solo per l’autismo si stima un aumento del 50% negli ultimi 10 anni). Ma quello che manca per la legislazione italiana è il “nesso causale”, ovvero è necessario individuare con certezza tra un evento e un fenomeno una relazione di causa-effetto. Insomma, deve essere dimostrato senza ombra di dubbio che l’evento è provocato da quel preciso fenomeno. Per il diritto italiano, affermare che esiste un nesso causale tra l’inquinamento e le malattie è impossibile. Infatti, bisognerebbe dimostrare che la persona si è ammalata in quel momento, per colpa di quelle emissioni inquinanti, bisogna provare che quella persona non si sarebbe ammalata se avesse vissuto da un’altra parte. Ovviamente questo è impossibile da dimostrare perché la medicina non è matematica.
Bisogna dire però che a Taranto non c’è solo l’Ilva, ma ci sono ben 9 stabilimenti definiti per legge “inquinanti”, tra i quali il cementificio, la raffineria, l’inceneritore e appunto l’impianto siderurgico più grande d’Europa, l’Ilva, tanto che occupa una superficie pari a 4 volte la città di Taranto che lo ospita. E Taranto è una città che vive grazie alla sua industria siderurgica; all’Ilva lavorano infatti 13mila operai più quelli dell’indotto. Ma la città vive praticamente dentro l’industria siderurgica. Le colline di carbone e di ferro, i cosiddetti “parchi minerari”, materie prime per fare l’acciaio, sono a pochi metri dalle case del quartiere Tamburi . La gente vive immersa in questa pericolosa polvere. E non solo.

27 settembre 2010

Rapporto sulla sicurezza alimentare 2010

Mozzarelle blu, rosa e a pois. Le frodi alimentari si colorano di fantasia mettendo sempre più a repentaglio la sicurezza e la qualità del cibo italiani. Non solo i casi delle mozzarelle colorate ma anche sequestri di latte qualificato come 100% italiano, e in realtà prodotto da una miscela di latte ungherese e italiano, allevamenti dopati con ormoni, vini e prodotti di qualità falsi. Carni, allevamenti, prodotti lattiero-caseari e Made in Italy
sono i settori più nel mirino dei contraffattori del cibo.
E’ quanto emerge da Italia a Tavola 2010, il rapporto sulla sicurezza alimentare del Movimento Difesa del Cittadino e Legambiente giunto ormai alla sua settima edizione. Nella ricerca i numeri e i casi dei Carabinieri per la Tutela della Salute (Nas), dell’Ispettorato centrale per il controllo della qualità dei prodotti agroalimentari (Icqrf), dell’Agenzia delle Dogane, del Corpo Forestale, del Sistema di allerta comunitario, delle Capitanerie di Porto, e dei Carabinieri per le Politiche Agricole e Alimentari. Quest’anno Italia a Tavola si arricchisce inoltre del contributo dei Servizi Igiene degli Alimenti e Nutrizione ed i Servizi Veterinari dei Dipartimenti di Prevenzione delle A.S.L. e Laboratori pubblici che operano nell’ambito del Servizio Sanitario Nazionale.
Tra i casi più eclatanti di frodi e irregolarità pericolose per la salute ne spiccano alcuni come l’operazione “Somatos”, portata a termine dai Nas dopo tre anni di attività investigativa: 22 ordinanze di custodia cautelare, di cui 5 in carcere e 17 agli arresti domiciliari, nei confronti di altrettante persone ritenute responsabili di associazione per delinquere finalizzata al traffico ed all’impiego di sostanze vietate in zootecnia, in particolare di ormoni. Le indagini hanno permesso di disarticolare un sodalizio criminoso operante nel casertano, costituito da titolari di allevamenti bufalini, medici veterinari e farmacisti, i quali utilizzavano infatti sostanze proibite per incrementare la produzione di latte e l’ingrasso degli animali destinati alla macellazione. Denunciate in stato di libertà ulteriori 58 persone, sequestrati 25 allevamenti, 7.500 capi bufalini e migliaia di confezioni di medicinali.
Un controllo eseguito dai Nas di Torino nel 2009 all’interno di un capannone nella disponibilità di un’azienda dedita, su scala nazionale, allo stoccaggio ed al trasporto merci, ha permesso di sottrarre al consumo circa 4 milioni di confezioni di integratori alimentari scaduti, peraltro custoditi in ambienti interessati da gravi carenze igienico strutturali.
L’operazione “Gamma Tuber” ha consentito di smantellare un sodalizio criminoso, composto da allevatori di bovini e da funzionari dell’ASL, che occultavano dolosamente la presenza della tubercolosi bovina nelle aziende di proprio interesse, al fine di ottenere gli aiuti economici che l’UE eroga agli allevatori di animali da reddito in territori privi di malattie infettive.
Tra i prodotti di qualità simbolo del Belpaese vittima di sofisticazioni e contraffazioni c’è il vino, prodotto al centro dell’attività di controllo dell’Icqrf e del Corpo Forestale, che nel 2009 hanno scoperto, ad esempio, una vasta falsificazione dell’Amarone della Valpolicella: una famosa cantina di Fara Novarese moltiplicava con comune vino da tavola (per il 60% di provenienza francese e per il 40% di provenienza italiana) il vino Valpolicella della tipologia "Amarone", "Ripasso" e altri vini pregiati, per un totale di 952.084 litri.

22 settembre 2010

Scientist under Attack

Il documentario di denuncia del regista Bertram Verhaag, Scientists under Attack - Science in the Magnetic Field of Money, dipinge un vivido ritratto di una comunità scientifica che rischia di perdere la sua obiettività di fronte alle pressioni del settore commerciale.
Sempre più spesso, le patate, pomodori, mais e altri prodotti vegetali che compriamo al supermercato sono geneticamente modificati. Autorità di controllo alimentare e biologi, che sperimentano la manipolazione della struttura del DNA per conto delle grandi aziende alimentari, sostengono che questi prodotti siano stati testati a sufficienza  e che non rappresentino un pericolo per la salute pubblica. Secondo gli esperti interpellativi in Scientists under Attack, tuttavia, questa è una palese menzogna: per preservare gli interessi commerciali delle grandi imprese pubbliche, i risultati delle ricerche vengono sottoposti a censura e questioni cruciali restano senza risposta. Il microbiologo Arpad Pusztai, mentre lavorava al Rowett Research Institute in Scozia, ha condotto una serie di esperimenti utilizzando i ratti, al fine di determinare gli effetti a lungo termine degli alimenti geneticamente modificati. Lo studioso ha trovato al termine dell’esperimento 36 differenze significative tra i ratti che avevano mangiato le patate geneticamente modificati e ratti che avevano mangiato quelle "normali". I primi infatti presentano un intestino sovra-sviluppato, mentre fegato, cervello e reni risultavano sottosviluppati. Ma quando Pusztai parlò dei suoi risultati scientifici in un'intervista televisiva, venne immediatamente licenziato dopo 30 anni di onorata carriera. Dopo la pubblicazione di questi dati di ricerca allarmanti sulla rivista Nature, il suo collega Ignacio Chapela è stato attaccato sulla rete in una campagna di “viral marketing” per screditare i suoi risultati. Gli editori di Nature scrissero un editoriale nel quale ammettevano che non avrebbero dovuto pubblicare quei dati, poiché rischiarono di mettere in discussione la loro prestigiosa reputazione di giornale scientifico indipendente. Questo nonostante l’articolo fosse stato vagliato singolarmente da 23 scienziati della stessa rivista prima della pubblicazione.
Poco dopo infatti, la legge che consente agli alimenti OGM di essere sviluppati e venduti in tutto il mondo e che si limita a imporre una sorta di autoregolamentazione alle industrie del settore, venne regolarmente approvata. Di conseguenza, le grandi corporation come la Monsanto, i cui pesticidi coprono la più grossa fetta del fabbisogno agricolo statunitense di pesticidi, sono state autorizzate a sottoporci i loro prodotti i cui effetti non sono stati completamente testati, o che hanno addirittura evidenze di essere dannosi.
Scientists under Attack sostiene in modo persuasivo che il futuro della libertà scientifica è in pericolo. Oggi, il 95% della ricerca in ingegneria genetica è finanziata con gli interessi dell'industria e l’obiettività, che si suppone essere il vero cuore delle discipline scientifiche, è sempre più lontana. Possiamo ancora fidarci dei nostri scienziati?

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3 agosto 2010

I dispiaceri della carne - III parte

Secono il Sottosegretario alla Salute Francesca Martini, il consumatore italiano può mangiare in serenità, in quanto la sicurezza della filiera alimentare è assoluta, compresa la carne, e tutti gli standard europei vengono rispettati. Se però si vanno a guardare i dati relativi ai controlli sulle carni macellate, si scopre che si spazia da uno 0.5% di carni analizzate per i bovini, allo 0.03% per i volatili, inferiore agli standard imposti dalla direttiva UE, al contrario di quanto affermato dal Sottosegretario Martini.
E il problema del "doping" è ogni anno più allarmante, ma allo stesso tempo più raffinato, capace di sfuggire ai controlli. Controlli che ci sono, "..ma altrettanto vero è che pochi veterinari hanno voglia di discutere con la camorra".

Ecco le principali sostanze a rischi nel settore carni, con riferimento alla direttiva europea 2008/97/CE, la quale è stata rettificata in Italia con il D.lgs.148-2009:

Tireostatici
Cancerogeni, utili per aumentare la ritenzione di acqua nei tessuti, sono stati i primi a sollecitare l'intervento delle autorità per la loro pericolosità. Formalmente non dovrebbero essere usati, ma c'è un commercio illegale: costano poco e rendono molto. 

Ormoni femminili e maschili
Vietati. Vengono somministrati per aumentare negli animali la produzione di proteine, cioè di muscolo. Si legano ai recettori presenti a livello muscolare e possono passare, sia pure a dosi minime, nel cibo umano. C'è il rischio che provochino, nelle persone, malformazioni all'apparato genitale e forme tumorali: "...in base a recenti e consistenti prove scientifiche, l’estradiolo-17ß deve considerarsi una sostanza assolutamente cancerogena in quanto è causa d’insorgenza di tumori e ne favorisce lo sviluppo e che i dati attualmente disponibili non consentono di stimare quantitativamente i rischi per la salute umana". Sono state descritte sindromi di ginecomastia, sviluppo prepuberale del seno, poi scomparse con l'abolizione della carne dalla dieta. Possono creare problemi di tossicità cronica. 

Beta agonisti
Vietati. Favoriscono la produzione di molecole proteiche, muscolari, a svantaggio di quelle adipose. Possono legarsi alle proteine ed entrare, a dosi bassissime, nell'alimentazione umana. L'accumulo può collaborare a peggiorare forme cardiache e polmonari, ma anche predisporre a forme tumorali.
Cortisonici Permessi, ma soggetti a un uso sotto controllo medico veterinario. Favoriscono la ritenzione di acqua e aiutano a conservare l'aspetto florido degli animali quando finisce l'effetto delle altre sostanze. A livello umano, posso incidere sul funzionamento dei reni e sono pericolosi per chi soffre di cuore. 

28 luglio 2010

I dispiaceri della carne - II parte

(...continua dalla prima parte...)
"Il malaffare e l'opacità mettono a dura prova qualunque sorveglianza", dice il biologo Pierluigi Cazzola, responsabile a Vercelli dell'Istituto zooprofilattico sperimentale (Izs). Basti pensare al documento riservato, e non ufficiale, che il ministero della Salute ha discusso il 19 maggio con esponenti dei carabinieri, dell'Istituto di zooprofilassi e dell'Istituto superiore di sanità. "Al centro dell'attenzione, c'era la tabella del ministero con i farmaci prescritti agli animali d'allevamento", spiega un testimone. "In particolare, si è chiesto alle Regioni di specificare quante volte nel 2009 i veterinari avessero legalmente permesso agli allevatori di utilizzare sostanze delicate per la salute animale (e quindi umana) come gli ormoni." L'esito, poco credibile, è che in Emilia Romagna su 46 mila 383 prescrizioni ordinarie non è risultato nessun caso. Idem per la Sicilia, su un totale di 9 mila 641 prescrizioni. Per non parlare di Lombardia, Liguria, Campania, Calabria, Basilicata, Veneto, Friuli e Sardegna, che scaduti i termini di consegna non avevano ancora inviato i dati.

In questo clima, viene da pensare, tutto è possibile: non solo dentro i capannoni intensivi, ma anche nei pascoli di montagna. Raccontano gli allevatori abruzzesi onesti, ad esempio, che le loro parti non sono esenti da illegalità: "Si tratta", spiega uno di loro, "delle marche auricolari, i sigilli che per gli animali equivalgono a carte d'identità". Un tempo erano targhe metalliche, difficilmente trasferibili da una bestia all'altra. "Oggi invece sono di plastica, si staccano senza problemi, e vengono applicate alle bestie straniere, importate di nascosto ed escluse dal circuito sanitario". Oppure, dice un altro allevatore, "c'è chi le marche auricolari non le mette proprio, allevando anche animali malati". E non sono notizie per sentito dire. Per verificarlo basta salire fino ai pascoli di Pratosecco, sopra al comune di Camerata Nuova, e osservare un branco di circa 300 vacche. La maggioranza dei capi, va sottolineato, ha regolari marche. Altri, invece, no. "Il problema è capire di chi sono questi animali", spiega Massimiliano Rocco di Wwf Italia, presente al sopralluogo, "e poi catturarli: tracimano ovunque, dai prati ai boschi, in un circuito di illegalità che parte dall'estero e arriva al nostro territorio".

Certo: non sbaglia François Tomei, direttore di Assocarni, quando sostiene che nel suo settore "il numero di controlli ufficiali in Italia è superiore a quello di qualsiasi altro Paese". E fa bene a ricordare che "la filiera italiana ha un prodotto con caratteristiche organolettiche e nutrizionali particolarmente elevate". Ma non è ancora sufficiente, a chiudere il discorso: "A tutelare i consumatori, sarebbe utile anche un'Agenzia per la sicurezza alimentare", dice la senatrice Colomba Mongiello (Pd), "ma il governo ha pensato di inserirla tra gli enti inutili". Ora, spiega, si è arrivati a una probabile retromarcia, ma se anche l'Agenzia dovesse partire mancherebbero gli indispensabili decreti attuativi: "La sensazione è che, in un Paese che mal tollera i controllori, non sia un ritardo casuale". Quanto al fronte estero, e al rischio che i nostri confini siano attraversati da bestiame malato, o in ogni caso fuori controllo, è utile leggere i regolamenti comunitari. Soltanto così, infatti, si apprende che in Europa i controlli spettano alle nazioni che esportano bestiame, mentre gli Stati riceventi possono giusto svolgere "controlli per sondaggio e con carattere non discriminatorio". Un obbligo che limita l'eccellente rete dei nostri Uffici veterinari per gli adempimenti degli obblighi comunitari (Uvac) e dei Posti di ispezione frontaliera (Pif). "Ma soprattutto", commentano i veterinari, "fa guardare con sospetto al lungo elenco di nazioni che non segnalano alcuna positività delle loro bestie alle sostanze proibite". Tra queste, recita la tabella disponibile del 2007, Bulgaria, Danimarca, Estonia, Finlandia, Ungheria, Irlanda, Lussemburgo, Romania, Slovenia, Repubblica slovacca e Svezia.

27 luglio 2010

I dispiaceri della carne

Controlli insufficienti. Allevamenti lager. Macellazioni clandestine. Ampio uso di farmaci. È allarme per gli animali che finiscono sulle nostre tavole. E ogni italiano ne consuma 92 chili l'anno.

Nel piatto c'è un filetto al sangue. O una costata di maiale. O un pollo al forno che aspetta di essere divorato. La forchetta è già a mezz'aria quando si affaccia un dubbio: ma in che percentuale, la carne macellata in Italia, viene controllata dai veterinari pubblici? Insomma: quanto possiamo essere certi che, nel cibo che stiamo mangiando, non siano contenute sostanze tossiche o comunque pericolose?
La prima risposta arriva da Francesca Martini, sottosegretario alla Salute: "Il consumatore italiano può stare tranquillo", garantisce, "la sicurezza della filiera alimentare è assoluta, anche per la carne. Tutti gli standard europei vengono rispettati. I nostri veterinari sono un esempio di professionismo.
Dunque non c'è da preoccuparsi". O meglio: non ci sarebbe, se non si intrecciassero i dati dell'anagrafe nazionale bovina, dell'Istat e dell'Unione nazionale avicoltura con le statistiche del Piano nazionale residui, il programma ministeriale "di sorveglianza sulla presenza, negli animali e negli alimenti di origine animale, di residui di sostanze chimiche che potrebbero danneggiare la salute pubblica".
Da questo intreccio di analisi escono numeri poco entusiasmanti, scenari poco popolari. Nel 2009, ad esempio, la percentuale dei controlli sui bovini macellati (in tutto 2 milioni 949 mila 828) ha riguardato 15 mila 803 capi, ed è stata pari allo 0,5%. Dei 13 milioni 616 mila 438 suini macellati, invece, i veterinari ne hanno controllati 7 mila 563, cioè uno striminzito 0,05%. E ancora meno sono stati controllati gli 11 milioni 740 mila quintali di volatili macellati (tra polli, tacchini, oche e quant'altro), con un totale di 4 mila 316 verifiche e il record negativo dello 0,03% (inferiore agli standard imposti dalle direttive Ue).
"Il settore delle carni è una polveriera, ne paghiamo ogni giorno le conseguenze, ma nessuno ha interesse a sollevare la questione", dice Enrico Moriconi, presidente dell'Associazione veterinari per i diritti animali (Avda). Un problema di prima grandezza, considerando che lo scorso anno gli italiani hanno consumato in media 92 chili di carne a testa, e che per il presidente di Assocarni Luigi Cremonini "i consumi sono destinati a crescere". Eppure l'opinione pubblica è serena: "La gran parte della popolazione continua a non chiedersi cosa può nascondere una bistecca", sostiene Moriconi: "Al massimo si agita quando scoppiano episodi di straordinaria gravità: come l'influenza aviaria nel 1999 e 2002, la cosiddetta mucca pazza nel 2001, o le carni suine irlandesi contaminate dalla diossina nel 2008".
Emergenze che la sanità italiana ha affrontato senza sbandamenti, va riconosciuto, adeguandosi velocemente ai protocolli internazionali. Ma la comune origine di questi allarmi è rimasta identica: "Una zootecnia suicida basata sugli allevamenti intensivi", la chiama Roberto Bennati, vicepresidente della Lega antivivisezione (Lav). "Una strategia industriale che, partita dagli Stati Uniti nel dopoguerra, è arrivata in Europa travolgendo regole e tradizioni".
Anno dopo anno, ettaro dopo ettaro, al posto dei pascoli si sono imposti capannoni "dove gli animali vivono in condizioni di sovraffollamento, immersi nell'inquinamento dei loro stessi escrementi (pregni di ammoniaca per i bovini, e metano per il pollame), con limitate possibilità di movimento e reiterati bombardamenti farmacologici". Non importa che anche la Food and agricolture organization, a nome delle Nazioni Unite, definisca queste strutture "un vivaio di malattie emergenti". Malgrado la crisi, l'industria italiana delle carni nel 2009 ha fatturato 20,5 miliardi di euro. Ed è una cifra che colpisce, oltre che per dimensioni, per il confronto con la quantità di bestiame che muore all'interno delle nostre aziende zootecniche. "Nel 2008", documenta la Lav, "sono morti in Piemonte 20 mila 700 bovini allevati. In Veneto sono arrivati a quota 24 mila 433. In Emilia Romagna ne hanno contati 18 mila 217 e in Lombardia 67 mila 996. È accettabile questo cimitero? E chi può dire, in buona fede, che non bisogna allarmarsi?".

24 luglio 2010

A un passo dal fallimento

La Commissione europea ha predisposto due strumenti per consentire agli Stati membri di bandire gli Ogm: una Raccomandazione (non vincolante) e l’introduzione di un nuovo articolo all’interno della preesistente Direttiva 2001/18. Ma nonostante l'entusiasmo di associazioni di consumatori e agricoltori, che da anni difendono un modello agricolo ecologico e basato sulla biodiversità, restano comunque molte perplessità. La Commissione europea alla fine ha optato per l'autorità dei singoli Stati in materia, non perseguendo quel “modello agricolo europeo Ogm-free” tanto agognato. Inoltre, questa “apertura” della Commissione potrebbe snellire l’iter autorizzativo per l'utilizzo di Ogm, eliminando quindi le remore di quei Paesi che finora non ne hanno consentito l'utilizzo per il complesso iter burocratico, richiesto fino ad ora per l’introduzione di nuovi prodotti biotech in Europa. Questi, una volta autorizzati, potranno circolare liberamente e finire sulle tavole dei cittadini (nonostante la loro contrarietà a consumare prodotti transgenici).
Al Ministro Galan che, in un’intervista al quotidiano Terra si dice preoccupato per la ricerca e la sperimentazione, ricordiamo che gli Ogm hanno a che fare con la tecnologia (non con la conoscenza), con i brevetti (non con l’etica), con il mercato globale e standardizzato (non con i prodotti tipici locali). L’agricoltura italiana ha effettivamente bisogno di investimenti nella ricerca e nella conoscenza, non per lo sviluppo di prodotti trasgenici, ormai obsoleti e rifiutati dal mercato, ma per l’applicazione di principi ecologici. Gli Ogm infatti si sono rivelati fallimentari su tutti i fronti, sia economici che agronomici, una volta usciti dai laboratiori dei colossi del settore come la Monsanto e provati direttamente sul campo, dove l'immensità del numero di variabili non è di certo riproducibile in un laboratorio, per quanto moderno e ipertecnologico.

Fallimenti economici
Sondaggi d’opinione effettuati in molti paesi a livello mondiale hanno ripetutamente dimostrato come la maggioranza delle persone sia preoccupata rispetto alla sicurezza degli alimenti geneticamente modificati, e chieda che, se messi in commercio, vengano opportunamente separati e chiaramente etichettati (Commissione Europea, 2001). Così il mercato, la sicurezza e la politica spesso richiedono che le coltivazioni geneticamente modificate siano mantenute separate da quelle convenzionali e biologiche, ma anche adottando il miglior sistema di segregazione, è difficile evitare le contaminazioni, e una singola contaminazione costa milioni di dollari a ogni comparto del settore agricolo.
Le spese che sono quindi necessarie per mantenere separate le due colture, si riflettono in grossi oneri per gli agricoltori, i commercianti e l’industria alimentare e quindi, in ultima analisi, sul consumatore finale. Infatti i costi derivanti dai sistemi di separazione Ogm-convenzionale, sono sostenuti ad ogni livello del sistema produttivo, dalla produzione delle sementi fino alla trasformazione in alimenti.
Uno degli esempi più importanti del fallimento economico degli Ogm è quello del lino. Questo infatti, denominato flax in Nordamerica, è una coltura adatta alle latitudini settentrionali, finalizzata principalmente alla produzione dell'olio - di cui tali semi sono ricchi - e a molteplici impieghi in campo alimentare, nella produzione di mangimi e nel settore industriale. Nel 2009 è stata scoperta una contaminazione causata da una varietà di semi di lino Ogm nelle partite destinate all'esportazione dal Canada verso l'Europa e il Giappone, che ha determinato un collasso del mercato e ingenti perdite economiche per i produttori canadesi. Infatti il prezzo di vendita è crollato da 12,50 dollari canadesi a 6,80 in alcuni porti canadesi. Anche l'industria della trasformazione e gli operatori al dettaglio europei ne hanno subito i contraccolpi economici, a seguito del ritiro di prodotti in vari paesi. Ora i raccolti restano invenduti nei magazzini e il volume delle spedizione è praticamente inesistente, tanto che per il 2010 è prevista una riduzione del 24% nelle semine.

Fallimenti agronomici

11 luglio 2010

Pesticidi, il veleno invisibile

I fitofarmaci sono presenti in quasi la metà della frutta e verdura che consumiamo a tavola. Spesso contaminate anche le falde acquifere. Decine di studi confermano: gravi effetti sulla salute, specie dei bambini. 

A cura di Patrizia Gentilini (Medico Oncologo ed Ematologo Isde Italia, Associazione medici per l’ambiente)
Il pesticida è una sostanza che interferisce, ostacola o distrugge organismi viventi (microrganismi, animali, vegetali). In quest’analisi si riferisce in particolare ai pesticidi usati in agricoltura, meglio indicati come “fitofarmaci”, ovvero a tutte quelle sostanze che caratterizzano l’agricoltura su base industriale, quindi diserbanti, fungicidi, agenti chimici usati per difendere le colture da insetti, acari, batteri, virus, funghi  e per controllare lo sviluppo di piante infestanti.
Non va dimenticato, inoltre, che i principi attivi dei pesticidi sono presenti anche nei prodotti per piante ornamentali e negli insetticidi, spesso usati senza alcuna precauzione nelle nostre case. Il capostipite di tali sostanze è un erbicida tristemente famoso usato massicciamente durante la guerra del Vietnam per irrorare le boscaglie e conosciuto come “agente orange” dal colore delle strisce presenti sui fusti usati per il suo trasporto e prodotto da una multinazionale, la Monsanto, ampiamente discussa e con grandi interessi tutt’oggi nel campo dei pesticidi e degli Ogm. I suoi effetti sono purtroppo ancora presenti sulle popolazioni, sui reduci di guerra e sui loro discendenti a distanza di oltre 40 anni dal suo spargimento.
I fitofarmaci sono per la massima parte costituiti da sostanze tossiche, persistenti, bioaccumulabili, spesso estremamente nocive ed è ormai largamente confermato che il loro impiego ha un impatto sulle proprietà fisiche e chimiche dei suoli e comporta effetti indesiderati per tantissimi organismi viventi, spesso  utili all’uomo: basti pensare alla recente moria delle api attribuita a pesticidi neonicotinoidi.
Di fatto pesticidi si ritrovano in circa la metà della frutta e verdura che ogni giorno arriva nei nostri piatti e, cosa forse ancora più grave, essi contaminano diffusamente le matrici ambientali, comprese le acque, arrivando fino alle falde: una recente indagine dell’Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale)  ha dimostrato che il 36.6% dei campioni di acqua analizzati nel nostro paese è contaminato da pesticidi in quantità superiore ai limiti di legge. Complessivamente sono stati identificati nelle acque esaminate ben 131 di queste sostanze, compresi inquinanti vietati da molto tempo come l’atrazina.
Particolare preoccupazione desta poi la scoperta che la clorazione dell’acqua (metodica usuale per la sua disinfezione e potabilizzazione) può comportare la trasformazione delle molecole inquinanti presenti in agenti dotati di effetti cancerogeni certi, in particolare i trialometani. D’altra parte, al di là delle buone intenzioni del legislatore per una riduzione delle sostanze chimiche in agricoltura, il loro utilizzo è sempre più massiccio e nel nostro paese sono circa 300 quelle di uso abituale.

Gli effetti sulla salute

25 giugno 2010

Dialogo sulla natura

Il disastro nel Golfo del Messico è l'ultimo dei tanti segnali che il mondo ha urgentemente bisogno di una nuova politica energetica, che deve necessariamente correre accanto a una nuova politica alimentare. L'industrializzazione dell'agricoltura e la produzione spinta hanno imposto un modello con monocolture intensiva e agricoltura in ogni angolo del pianeta, con la conseguente mercificazione e svalorizzazione del cibo.
Secondo l'economista Jeremy Rifkin, presidente della "Foundation on Economic trends", che da decenni studia gli impatti dei cambiamenti scientifici e tecnologici sull'economia, la società e l'ambiente, la base primaria dell'economia del mondo è la fotosintesi. La razza umana è la specie più giovane della terra in quanto esistiamo da "soli" 175mila anni; l'uomo rappresenta solo lo 0.5% di tutta la biomassa del pianeta, ma sfruttiamo il 24% della fotosintesi globale. Siamo dei mostri che stanno divorando giorno dopo giorno questo pianeta. Se le previsioni di un aumento della popolazione mondiale fino a 10 miliardi nei prossimi 20-30 anni dovessero risultare corrette, arriveremmo a utilizzare il 50% della fotosintesi globale solo per il sostentameno di una sola specie, la nostra, a discapito di tutte le altre specie terrestri. Questo è assolutamente insostenibile.
L'avvento di internet nell'era modera, dove ognuno crea la propria informazione e la condivide, rappresenta una comunicazione distribuita che potrebbe porre la base per una nuova rivoluzione industriale. La gente, in aprticolare i giovani, hanno oggi una visione globale e orizzontale del mondo, ma soprattutto sta nascendo un maggior interesse e preoccupazione verso il proprio futuro. Questo sta portando a un rilancio delle energie rinnovabili, che vengono anche definite "energie distribuite" in quanto sono presenti in ogni metro quadrato del pianeta e ognuno di noi vi potrebbe accedere: il sole che splende su tutta la Terra ogni giorno, il vento che soffia quasi ovunque, il calore sotterraneo per la geotermia, i rifiuti agricoli e forestali che sono sempre utilizzabili per produrre energia, l'idroelettrico, il moto delle maree, la raccolta differenziata di rifiuti. Poi ci sono le energie d'élite, carbone, gas, petrolio e uranio, presenti soltanto in alcune zone del pianeta, il cui utilizzo richiede enormi investimenti e impegni di carattere geopolitico. Convergenza tra comunicazione e energia distribuita, questa è la terza rivoluzione industriale.

22 giugno 2010

Veleni nel piatto

Frutta e verdura sono davvero un toccasana per la nostra salute? Medici e nutrizionisti consigliano di mangiarne almeno 5 porzioni al giorno, ma se andiamo a leggere il rapporto di Legambiente "Pesticidi nel piatto 2010", le possibilità di inghiottire contemporaneamente qualche veleno non sono così rare. I pesticidi sono largamente utilizzati in agricoltura, per difendere le colture da parassiti, insetti, funghi ed erbe infestanti. Tuttavia, il fatto che consentano di preservare la naturale crescita delle colture non ci autorizza a farne un uso spropositato. L'esposizione diretta o indiretta delle persone e dell'ambiente a tali sostanze, infatti, può avere effetti negativi, quali disturbi cronici e a lungo termine, particolarmente preoccupanti nei bambini, nelle persone anziane e nei lavoratori esposti spesso a tali sostanze.
La normativa, almeno per il momento, non si esprime rispetto al cosiddetto multi-residuo, ovvero campioni che presentano contemporaneamente più e diversi residui di pesticidi, e la definizione stessa dei limiti di massimo residuo (LMR) si basa solo sui singoli residui. La carenza legislativa è evidente se si considera che rispetto allo scorso anno, le analisi hanno evidenziato una maggiore presenza di campioni multi-residuo (+3%). Per la prima volta rispetto a quanto visto in passato, è la verdura a presentare le maggiori irregolarità, ma è sempre la frutta a presentare la più alta percentuale di campioni multi-residuo (26,4%): pericolosamente alte le percentuali per pere (45%), uva (43.8%) e fragole (40.9%). Vino e pane sono invece i prodotti alimentari derivati che presentano le principali irregolarità: rispettivamente dell’1.9% e dell’8.8%, mentre miele e vino presentano il maggior numero di residui. Un dato inquietante è la presenza di residui di pesticidi vietati per legge da ormai diversi anni, come in Friuli Venezia Giulia, dove in un campione di insalata è risultato contaminato da tracce di DDT, mentre tre campioni di vino sono contaminate da Procimidone, anch'esso altamente pericoloso. Inoltre, quest'anno per la prima volta sono stati analizzati campioni di origine animale (carni, latticini e uova), con percentuali di contaminazione tra lo 0.7 e il 18.8%, soprattutto per diossine e PCB; particolare preoccupazione si può esprimere per il latte, che registra percentuali medie di contaminazione intorno al 10%, nel quale questi composti diossina-simili, altamente lipofili, si accumulano facilmente, e possono facilmente arrivare ai bambini, anche attraverso il latte materno.
Uno studio recente pubblicato sull’American Journal of Epidemiology ha dimostrato una stretta correlazione tra lo sviluppo del morbo di Parkinson e l’esposizione prolungata a pesticidi.

4 giugno 2010

Quello che l'etichetta non dice



Nel 2008 è stato pubblicato l'Indice del Pianeta Vivente dai maggiori esperti in economia della sostenibilità; questo studia calcola quanto consumiamo in rapporto alla capacità della terra di rigenerarsi, ovvero l'impronta ecologica. Il risultato è che l'Italia consuma 4 volte quello che produce, guadagnandosi il 24° posto al mondo nella lista delle più pesanti impronte biologiche. Ma qual è il costo reale dei prodotti alimentari che compriamo nei supermercati? Cosa si cela dietro a una normalissima lattina di pelati? Una risposta può venire da Oasi 2 onlus, cooperativa di Trani che lavora, in collaborazione con la regione Puglia, a un progetto di protezione sociale per chi è stato ridotto in schiavitù o vittima di tratta. Intorno agli immensi campi di pomodori in provincia di Foggia sono cresciuti dei veri e propri villaggi improvvisati di baracche; in uno di questi, il "Ghetto", ci sono ben 600 persone. Qui il prezzo per vivere in una catapecchia e dormire per terra è il potersi permettere una cena dalla mamà, 2.50€ al giorno. Ma c'è chi non ce la fa e sopravvive mangiando i pomodori che raccoglie. Immigrati clandestini che lavorano 12 ore al giorno per 20€, di cui 5 li devono sborsare per farsi accompagnare nei campi. Ed è un ciclo continuo: pomodori in Puglia e Campania ad agosto, poi le olive a ottobre e a ruota arance e mandarini in Calabria e Sicilia. E' il fenomeno del caporalato, ovvero lo sfruttamento della manovalanza, per lo più agricola o edile, con metodi illegali; è spesso collegato alle organizzazioni mafiose locali ed è aumentato ed esercitato ai danni degli extracomunitari (soprattutto nord Africa e Europa dell'Est). Questa pratica è presente da decenni nel campo dell'agricoltura, ma è sempre stata coperta da un velo di omertà e dall'impossibilità delle persone sfruttate di ribellarsi ad esso. Ma nel gennaio 2010, forse per la prima volta nella storia del caporalato, i lavoratori extracomunitari di Rosarno in Calabria organizzano una serie di manifestazioni contro i caporali; il 26 aprile vengono arrestati 30 caporali, con l'accusa di sfruttamento di lavoratori extracomunitari, costretti a lavorare in condizioni disumane nei campi, raccogliendo agrumi con turni di lavoro di 15 ore al giorno. Secondo l'ISTAT, il 60% delle ore di lavoro in agricoltura sono in nero. Ma perché si è arrivati a tutto questo? I pomodori, per fare un esempio classico, vengono pagati all'agricoltore 10 centesimi al chilo, con un'oscillazione del 20%, tanto poco da non permettere neanche la copertura delle spese. E allora si cerca di ottenere il massimo dalla piante, "i terreni sono secchi e stressati e alle piante diamo le droghe, i dopanti"; ma quindi perchè non vendono a un prezzo più alto? Perchè il prezzo non è deciso dal venditore, ma paradossalmente dall'acquirente, in quanto la grande distribuzione si è raggruppata intorno a 5 grandi centrali di acquisto in tutta Italia che fanno da tramite con l'agricoltore; alla fine quindi c'è un solo acquirente e sarà lui a giocare al ribasso. Una di queste è Intermedia, supercentrale che raggruppa i marchi Auchan, Sma, Crai, Pam, Metro, Bennet e altri minori, e il 75% dei prodotti alimentari che compriamo dei supermercati è passata da queste centrali di acquisto.
Una delle peggiori conseguenze di questa agricoltura intensiva è lo sterminio degli alveari, dovuto ai campi coltivati con semi, come il mais, conciati con Thiamethoxam, neonicotinoide prodotto da Syngenta, uno dei colossi nella produzione di pesticidi. La concia è un trattamento delle sementi al fine di impregnare i semi di una certa sostanza, così che la pianta cresca mantenendo al suo interno questo principio attivo, generalmente un pesticida, per più di 2 mesi, in modo che il germoglio possa crescere al sicuro dall'attacco degli insetti. Il risultato è che le api vengono avvelenate da questi pesticidi che provano negli insetti il blocco della trasmissione degli impulsi nervosi. Ma il prof. Furlan dell'Università di Padova ha dimostrato che queste strategie sono inutili nei programmi di eradicazione delle malattie delle piante, la cui incidenza sembra anzi aumentare; il risultato finale di questa "campagna preventiva" è che il 70% delle sementi italiane sono conciate con pesticidi, a quanto pare inutilmente. L'Istituto Zooprofilattico di Asti ha analizzato le api morte negli alveari e 24 su 27 sono state trovate contaminate da pesticidi per la concia dei semi del mais. Un'altro studio dell'Università di Udine e del CRA, conclude che la semina è da considerarsi "operazione inquinante". Eppure il volume di affari dietro a questi pesticidi e sementi conciate è incredibile, 3.5 miliardi di euro solo per Syngenta. Ma il 17 novembre 2008 il Ministero del Lavoro e della Salute sospende cautelativamente l'utilizzo di alcuni di questi pesticidi per la concia di alcuni tipi di semi, sollevando chiaramente la protesta delle industrie del settore che ritengono il provvedimento inutile. Eppure ci sarebbe una soluzione semplice e banale a tutto questo: il naturale principio della rotazione dei campi, cosicchè, cambiando tipo di coltivazione ogni anno, i parassiti non hanno tempo di svilupparsi e crescere stabilmente. Principio rispettato nell'agricoltura biologica. Questa permette di evitare ogni anno nella coltivazione di cereali 5 trattamenti con concime chimico, diserbanti, la concia dei semi, niente pesticidi né fertilizzanti con un conseguente bassissimo impatto ambientale. E niente di tutto questo sarà nei nostri piatti. Le analisi di Legambiente illustrano infatti come il 47% della frutta analizzata contega uno o più residui di pesticidi, che singolarmente rientrano sì nei limiti di legge, ma non vi è alcuno studio sugli effetti additivi, ovvero quando sono presenti diversi principi attivi contemporaneamente. Alcune analisi hanno mostrato la presenza di 9 diversi pesticidi nello stesso campione. I pericoli sono ancora maggiori per neonati e bambini, in quanto i limiti di legge vengono calcolati su un maschio adulto di 70 kg di peso. A Siena, su uno ricerca effettuata su 250 bambini, tutti presentavano almeno 1 dei 6 residui studiati nelle urine, qualcuno anche tutti e 6 contemporaneamente. E il consumo di erbicidi organofosforici, i più pericolosi, stanno decisamente aumentando. E la prova più evidente sono i bilanci delle industrie agrochimiche, dal +18% di Bayern al +141% di Mosaic, colosso del fertilizzante. L'Italia è il principale utilizzatore di mais in Europa, soprattutto per la nutrizione, anzi l'ingrasso, di maiali e polli della Pianura Padana. L'Istituto Ramazzini, centro internazionale indipendente per la ricerca sul cancro, raccoglie ogni anno migliaia di dati sulla tossicità e la cancerogenicità di moltissime sostanze chimiche; i risultati dei loro studi hanno dimostrato che un pesticida come il Mancozeb aumenta l'incidenza di leucemie, tumori mammari, epatocarcinomi principalmente, ma il suo utilizzo non è stato vietato, ma sta anzi aumentando, tanto che nelle vigne italiane è più che raddoppiato. Il 100% dei vini analizzati provenienti da viticoltura intensiva conteneva residui di pesticidi (anche 9 contemporaneamente) che possono essere possibili cancerogeni, tossici per la riproduzione e lo sviluppo del feto, o interferenti endocrini. Anche l'Istituo Ramazzini sottolinea come il problema siano i "cocktail" di sostanze chimiche, mai studiati, che possono avere effetti additivi se non addirittura sinergici, ovvero aumentano potentemente il loro effetto se messi in combinazione; il risultato è un aumento dell'incidenza dei tumori e delle patologie degenerative. Ancora una volta la soluzione può essere l'agricoltura biologica e buone pratiche agronomiche; il risultato è risparmio (la medicalizzazione dele piante costa cara), pianta migliore che si ammala meno e terreno in equilibrio che non si inaridisce. Ma allora perché il biologico costa di più? Perchè ha una minore distribuzione e perchè c'è tanta speculazione, ma soprattutto perchè nel prezzo dell'etichetta non è compresa l'impronta biologica del prodotto, ovvero quante risorse del pianeta vengono consumate: 7 metri quadrati di "pianeta consumato" per la vigna biologica, 14 per quella convenzionale. Infatti questo ha portato a un consumo non sostenibile di acqua, esaurimento delle risorse, desertificazione, impoverimento e infertilità dei terreni. L'agricoltura biologica invece segue i ritmi naturali e permette la rigenerazione delle terre consumate. Il prezzo basso ha quindi costi più alti, ma ambientali. Per questo servono nuovi inidicatori economici che comprendono anche l'impronta biologica della produzione, al contrario dell'attuale PIL, che sostanzialmente prevede una crescita infinita. Ma non può esistere una crescita infinita su un pianeta finito.
Ma quali sono le conseguenze di questo fenomeno? Una ad esempio è che, secondo uno studio, il 40% dei pazienti europei ospedalizzati sono malnutriti, con effetti sull'aumento delle infezioni ospedaliere, ritardo nella guarigione delle ferite chirurgiche e allungamento della degenza, che mediamente costa 500 € al giorno per paziente. Inoltre l'agricoltura biologica permette di pianificare la produzione, evitando sprechi; il produttore non è costretto a pagare il brevetto sulle sementi, né concimi chimici né diserbanti. I primi ad approfittarne di tutto questo in maniera organizzata sono stati i GAS, i Gruppi di Acquisto Solidale, che acquistano direttamente dal produttore, pagando ogni tipo di frutto o verdura circa 1€/kg. Il vantaggio di questa filiera corta è evidente e duplice: il produttore guadagna di più, potendo stabilire un prezzo maggiore rispetto a quello offerto dalle supercentrali, e il consumatore risparmia, almeno il 30%, guadagnando inoltre in qualità.
Il piatto è servito.
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28 maggio 2010

Mangia che ti passa



Mangia che ti passa. Il cibo sano, vero elisir di lunga vita. A dirlo non è Topo Gigio in uno spot per bimbi obesi, ma Franco Berrino, oncologo dell'Istituto dei Tumori di Milano. In apparenza può sembrare un tipo un po' strambo, ma il suo numero enorme di pubblicazioni scientifiche parla da sé. Berrino fu uno dei primi a riconoscere la sana alimentazione come prima misura preventiva verso i tumori, dimostrandolo scientificamente. Ha quindi incanalato la sua ricerca clinica, uno dei pochi al mondo, dentro le nostre cucine, trasformando la gastronomia in una vera e propria scienza medica. Ma dove si poteva fare tutto questo se non in Italia! Chi lo ha conosciuto dal vivo lo descrive come "uno scienziato umano, troppo umano, che anche nei tratti fisici ha qualcosa dell’uomo che crede intimamente in quello che fa, coerente anche nella vita personale con la materia che tratta."Nel suo laboratorio (Cascina Rosa) non esistono provette e alambicchi (come nel mio), ma fornelli, pentole, cuochi, cibo naturale e cavie umane, per di più volontarie.
Le sue regole di buona alimentazione sono poche ma essenziali:
PASTA

- la pasta: è un ottimo alimento, indicata anche per le diete in quanto rilascia zuccheri lentamente, mentre il pane fa aumentare la glicemia molto rapidamente (più pericoloso inoltre per i diabetici);
- riso bianco: con moderazione;
- riso integrale: ricco di acidi grassi essenziali, proteine di buona qualità e tantissime sostanze anti-infiammatorie; deve essere di provenienza biologica, altrimenti i pesticidi si sciolgono nel grasso del germe e quando viene grillato prima della vendita perde inoltre le sue qualità nutrizionali.
CARNE

- insaccati e salumi: guai;
- carne rossa: poca in generale (il consumo medio nei paesi occidentali è arrivato a quasi 300gr procapite al giorno); è da ricordare che la dieta dell'uomo è onnivora, ma a prevalenza vegetale.
PESCE
- lo sgombro, testuali parole, è meraviglioso: il suo grasso ha potenti qualità anti-infiammatorie e alti livelli di omega-3 (importanti per mantenere adeguati livelli di colesterolo);
- le vongole ricchissime di ferro e vitamina B-12.
FRUTTA,ORTAGGI E VERDURA
- le cipolle tutti i giorni: contengono la quercetina, sostanza che ha probabilmente un'azione protettiva verso i tumori;
- daikon: scioglie i grassi, ottimo per i problemi di stitichezza;
- cereali e legumi possono fornire tutte le proteine del fabbisogno umano;
- frutta e verdura: a volontà, possibilmente di stagione;
- la frutta e verdura fanno comunque bene, a prescindere che sia bio o meno.
PANE
- pane bianco: no;
- pane integrale: ottimo, ma per essere di qualità non deve essere molle a fette;
- pane di sesamo: ricchissimo di calcio (prezioso per l'osteoporosi);
- pane con i semi di lino: ricco di omega-3 e sostanze dette lignani, preventive verso il cancro alla mammella.
Berrino contesta il pane confezionato, ricco di destrosio (cioè zucchero) per addolcire un sapore che altrimenti sarebbe schifoso, a causa della qualità dei prodotti infima utilizzati nella catena industriale.
ALTRO
- alghe: ottimi integratori di minerali (senza il petrolio sopra...);
- tofu: ricavato dal latte di soia, indicatissimo per chi soffre di ipercolesterolemia;
- noci: 2-3 al giorno riducono il rischio di infarto, non di più perchè il loro potere calorico è molto alto;
- miso di riso: si può usare al posto del dado, ricco di fermenti attivi che aiuta moltissimo la digestione;
- biscotti senza zucchero: non hanno il glucosio, ma molto spesso andando a leggere l'etichetta si scoprono contenere il mannitolo, ancora più calorico del glucosio.
Linkate troverete anche delle ricette per i cibi un po' meno comuni.

Regola fondamentale: leggere sempre l'etichetta. Provare per credere!

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23 maggio 2010

Carne Per Tutti



seconda parte
terza parte

La maggior parte dei polli che compriamo nei supermercati sono in realtà pulcini che in 37 giorni, grazie alle moderne tecniche zootecniche, sono stati rimpinzati fino a pesare 1.7kg, e in 50 gg. a quasi 3kg di peso, mentre lasciati crescere secondo natura impiegherebbero 4-5 volte questo tempo.
Le vacche da latte, invece, sono state selezionate geneticamente dall'uomo in modo che la loro produzione di latte giornaliera sia sempre maggiore: oggi una vacca produce in media 60 litri di latte al giorno, mentre negli anni '50 la produzione si attestava intorno ai 20 litri. La fecondazione delle vacche è infatti ormai eseguita esclusivamente in provetta, con gli allevatori che sfogliano cataloghi di bei torelli possenti con le rispettive figlie dalle mammelle sempre più promettenti e prorompenti, da fare invidia alle più procaci pornostar. Questo però ha ridotto drasticamente la produttività degli animali, tanto che dopo 2 anni (contro i 15 di una volta) vengono "rottamati" e mandati al macello. Questa selezione forzata inoltre ha superato gli equilibri della natura: la loro genetica impone agli animali una produzione così enorme di latte al punto che, se dovessero tornare al normale pascolo nei prati, dovrebbero mangiare così tanta erba da letteralmente scoppiare! Così queste vacche devono essere costantemente imbottite di farmaci per prevenire mastiti e acidosi, conseguenza dell'alimentazione innaturale con soia e cereali, anziché erba e fieno, oltre agli ormoni e antibiotici che vengono normalmente somministrati per aumentare la loro crescita, e quindi la produzione di carne. Ma questo uso massiccio di medicinali, soprattutto degli antibiotici, ha ancora una volta delle importanti ritorsioni sulla salute umana per lo sviluppo di resistenze batteriche.
La carne bio, invece, oltre a rispettare i ritmi di crescita naturali, grazie al lento accrescimento e alla possibilità di libero movimento degli animali, presenta delle caratteristiche nutrizionali nettamente superiori , come concentrazioni maggiori di ferro, omega-3, alfa-tocoferolo e minor contenuto lipidico.
L'allevamente massivo del bestiame ha dei grossi impatti ambientali che molto spesso non vengono considerati, dalla deforestazione per adibire il terreno a pascolo, alle emissioni di CO2 e l'enorme utilizzo di acqua, senza dimenticare l'abbattimento della biodiversità. La stessa FAO considera il consumo di carne come uno dei responsabili diretti dei cambiamenti climatici. Se il trend di consumo della carne non calerà, a causa dell'incremento della popolazione mondiale che si ipotizza nel 2050 raggiungerà i 10 miliardi, secondo la teoria della piramide delle biomasse non ci sarà più sufficiente spazio sulla terra per coltivare foraggio per gli animali. L'impatto ambientale della zootecnia quindi riguarda anche le coltivazioni per il foraggio, tanto che i fiumi come il Po', che irriga l'immenso campo di mais della Pianura Padana e ne riceve gli scarti, presenta delle concetrazioni altissime di pesticidi nelle sue acque, anche di quelli ormai vietati da anni come l'atrazina. Uno degli altri aspetti di questo sistema malato è che lo smaltimento della pollina, la cacca dei pulcini di allevamento, è più conveniente dell'allevamento dei polli stessi, in quanto classificata come biomassa (nonostante il bassissimo valore calorico) e quindi bruciabile nei pirogassificatori, che vengono annessi agli allevamenti. Ovviamente sono stati fatti studi in merito solo sulle concentrazioni delle sostanze emesse e non sul valore assoluto di queste sostanze che si accumulano nell'ambiente, tant'è vero che solo le emissioni di polveri sottili sono paragonabili a quelle di 31 TIR fermi sul posto, accesi 24h su 24; oltre a questo si aggiungono tra l'altro monossido di carbonio, ossidi di azoto e ossidi di zolfo che causano le piogge acide.
Ci sono tanti sistemi che permettono di ovviare a tutto questo, come i GAS, i Gruppi di Acquisto Solidale, che comprano direttamente dai piccoli produttori, guadagnandone loro nella qualità del cibo, e il produttore stesso in quanto non è costretto a vendere ad un intermediario, incentivando quindi la filiera corta.
Se il prezzo sull'etichetta comprendesse anche l'impatto ambientale della produzione e della distribuzione, la carne di animali cresciuti secondo metodo naturale,oltre a essere più buona, sarebbe decisamente più economica!

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