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1 febbraio 2011

Salviamo le foreste. Salviamo noi stessi.

Inaugurato il 24 gennaio, presso il quartier generale dell’ONU di New York, l’Anno Internazionale delle Foreste. I polmoni verdi del pianeta ospitano l’80% del patrimonio naturale terrestre e 300 milioni di abitanti, fornendo risorse per la sopravvivenza a 1,6 miliardi di persone.

L’ufficializzazione è arrivata dall’ONU in concomitanza con il nono Forum internazionale delle Nazioni Unite sulle foreste, in programma dal 24 gennaio al 4 febbraio. Con l’invito a proteggere ulteriormente foreste e patrimonio boschivo, gli incontri nascono con l’intento di riuscire a delineare e sviluppare politiche di sostegno ambientale e di tutela del “capitale verde”, fondamentale risorsa per l’intera umanità e che attualmente copre il 31% della superficie terrestre, circa quattro miliardi di ettari. Foreste che però stanno scomparendo troppo velocemente, attualmente sotto stress a causa dell’utilizzo indiscriminato da parte dell’uomo, causa principale di tutta una serie di conseguenze negative, dalla produttività dei terreni e lo stoccaggio della CO2 alla liberazione di enormi quantità di gas serra. Deforestazione e degrado delle foreste sono infatti responsabili di circa il 17% delle emissioni di gas serra a livello globale, dato che gli alberi e la vegetazione rappresentano un serbatoio di carbonio pari a circa 289 Gigatonnellate (miliardi di tonnellate), stock che però almeno nell'ultimo decennio pare diminuito di circa 0,5 Gigatonnellate.
Le foreste sono inoltre un grande "contenitore" di biodiversità, non a caso argomento al quale è stato dedicato l'anno internazionale del 2010. Secondo le ultime stime dell'Iucn (Unione internazionale per la conservazione della natura) il patrimonio boschivo genera un valore economico diretto (in termini di cibo, carburante, medicine, energia, guadagni e occupazione) valutato in 130 miliardi di dollari l'anno, ma anche indiretto: dimezzare i gas serra fra il 2010 e il 2020, grazie alla grande capacità di assorbimento di CO2 delle foreste, porterebbe ad un risparmio di 3,7 migliaia di miliardi di dollari. Dunque il valore ambientale, economico e sociale delle foreste va tutelato, risolvendo le criticità che attentano alla sua conservazione, deforestazione in primis.  I dati che rivelano l’entità del taglio delle foreste sono impressionanti: dal 2000 ad oggi ogni anno il Pianeta ha registrato una diminuzione del patrimonio forestale equivalente all'area di un paese come il Costarica, tante che oggi l'area verde copre solo il 31% della superficie globale.

27 gennaio 2011

Animals United (La conferenza degli animali)

Lo scioglimento dei ghiacciai nell’Artico, una marea nera di petrolio che devasta le isole Galapagos, incendi distruttivi nell’entroterra australiano. Con questa impressionante sequenza di disastri ambientali si apre il film di animazione Animals United di Reinhard Klooss e Holger Tappe, liberamente ispirato al libro di Erich Kästner “La conferenza degli animali”.
Gli animali, profughi dalle catastrofi dei loro habitat naturali, si incontrano casualmente mentre sono alla deriva nell’oceano per poi approdare in Africa, nel deserto del Kalahari. Qui, assieme agli animali locali, cercheranno di capire il motivo del mancato arrivo della consueta quantità di acqua proveniente dalle lontane montagne dell’Angola, necessaria alla sopravvivenza di tutti gli abitanti della savana. L’esilarante quanto improbabile gruppo di animali, la mangusta Billy, il leone vegetariano Socrate, il canguro Toby, il Diavolo della Tasmania Diablo, il gallo francese Charles, l'anziana coppia di tartarughe Winston e Giorgina delle isole Galapagos e l'orso polare Sushi scoprono che la causa dei loro problemi è un’imponente diga. Il gigantesco sbarramento di cemento serve a trattenere l'acqua all'interno dell'area in cui sorge l'Hotel Eden Paradise, osannato dal proprietario come simbolo del turismo ecologico e sostenibile. Ma al suo interno si sta paradossalmente svolgendo l’ennesima Conferenza mondiale sul clima.
Il gruppo di animali, una volta forzata la diga e riportata l'acqua nella valle, sbarca a New York dalle fauci delle balene per raggiungere il palazzo dell’Onu, dove è in corso la Conferenza mondiale per l’Ambiente, e protestare contro la sconsiderata condotta dell'uomo, “uno strano animale senza un pelo, una belva crudele e sanguinaria” come raccontano le due tartarughe, che grazie alla loro esperienza secolare hanno avuto l’opportunità di conoscere a fondo l’essere umano. Fulcro della narrazione è infatti il discorso di Giorgina, depositaria di 700 anni di saggezza, secondo la quale “l’uomo è come un ladro che arriva di notte e prende ciò che vuole”, così come ha privato gli animali della savana della loro acqua, “un serpente che si ciba della sua stessa coda per sopravvivere”, che ha ridotto il mondo intero a “una macchia nera e oleosa”.
Caratterizzato da un impianto apertamente pedagogico, Animals United affronta argomenti di grande attualità, dai cambiamenti climatici, al saccheggio delle risorse naturali da parte dell’uomo.
Il film ha l'indubbio pregio di affrontare con serietà le tematiche ambientali, sforzandosi di non parlare agli adulti ma utilizzando un linguaggio semplice e divertente a misura di bambini, gli unici e veri destinatari del messaggio: dovranno essere proprio loro a dover difendere gli animali e l'ambiente dalla catastrofe, poiché gli adulti sono troppo indaffarati a distruggerlo. Un messaggio portato dalla figlia del proprietario dell’albergo, l’unica a preoccuparsi del destino che attende gli animali a valle della diga e a collaborare con loro nel liberare l’acqua imprigionata dalle mura umane. Un film adatto ad un pubblico di autentici piccoli e di grandi che si restringono volentieri.

26 gennaio 2011

L'Argentina perde i ghiacciai

Il rapporto di Greenpeace “Futuro negro para los glaciares” evidenzia gli enormi costi sociali collegati all’erosione delle masse gelate. 

Che i ghiacciai stiano retrocedendo non è certo una novità. Ma il fatto che tutti quelli della Patagonia argentina, circa un centinaio, negli ultimi 10 anni abbiano perso in media oltre 35 metri, dà un’idea più precisa di come stiano le cose. Basta guardare le foto del ghiacciaio Ameghino per rendersi conto di come il riscaldamento globale stia distruggendo queste grandi masse fredde che costituiscono la principale riserva di acqua dolce del pianeta. L’Ameghino si trova nel sistema glaciale Campo de Hielo Patagónico Sur, che si estende tra l’Argentina e il Cile ed è la terza calotta polare più grande del mondo (dopo quello dell’Antartide e della Groenlandia) e la più ampia dell’America Latina. Nel giro di 79 anni, però, si è ritirato di quasi 4 chilometri.
«Dall’ultimo rapporto che abbiamo elaborato - spiega Juan Carlos Villalonga, direttore delle campagne di Greenpeace Argentina - e dai dati più recenti stilati dal Programma delle Nazioni unite per lo sviluppo, emerge un quadro allarmante: negli ultimi trent’anni ben 63 dei principali ghiacciai del Campo de Hielo Patagónico Sur si stanno sciogliendo, provocando un aumento del livello del mare di 0,042 mm all’anno». Scorrendo le pagine del rapporto di Greenpeace “Futuro negro para los glaciares” (Futuro nero per i ghiacciai), ci si trova davanti a numeri, tabelle e grafici che raccontano casi come quello del ghiacciaio Viedma, che negli ultimi 70 anni ha perso almeno 50 metri di altezza ed è retrocesso di circa un chilometro, o di quello di Upsala, che ha perso 13,4 chilometri quadrati tra il 1997 e il 2003.
«È importante ricordare che queste masse sono situate ai piedi della montagna. Poi ce ne sono altre, che si trovano a una quota più alta, come quelli delle zone di San Juan o della Rioja. Pur essendo molto più piccole, hanno un ruolo importantissimo, in quanto somministrano acqua dolce e alimentano i fiumi vicini ad aree, come quella di Mendoza, che hanno un clima desertico ma che vivono della produzione vinicola e agricola. Anche questi ghiacciai stanno scomparendo: una situazione che ha un impatto sociale fortissimo», aggiunge Villalonga. Il problema non riguarda solo la Patagonia: dal Kilimangiaro all’Himalaya, tutte le calotte gelate si vanno rapidamente assottigliando, con conseguenze che, secondo tutti gli ambientalisti, saranno nefaste per l’intero pianeta. L’Argentina ha da poco assunto la presidenza del G-77 e dovrà rappresentare l’America Latina alla prossima conferenza sul clima di Durban, prevista per la fine di quest’anno. Un ruolo per niente facile, se si considera che l’intero continente latinoamericano ha un impatto del solo 13 per cento sull’inquinamento mondiale.

24 gennaio 2011

Disastri sempre più frequenti in Europa

Il numero e l'impatto delle catastrofi sono aumentati in Europa nel periodo 1998-2009, secondo quanto conclude la nuova relazione dell'Agenzia europea dell'ambiente (AEA). Il rapporto valuta la frequenza delle catastrofi e i loro impatti sugli esseri umani, l'economia e gli ecosistemi e chiede una migliore gestione integrata del rischio catastrofi in tutta Europa.

La nuova relazione dell'Agenzia “Mappatura dell’impatto dei disastri naturali e tecnologici in Europa”, pubblicata lo scorso 12 gennaio, affronta tre differenti tipi di rischi: idro-meteorologici o legati alle condizioni atmosferiche (uragani, manifestazioni di temperatura estreme, incendi, siccità, inondazioni), geofisici (valanghe di neve, frane, terremoti, eruzioni vulcaniche) e tecnologici (perdite di petrolio, incidenti industriali, fuoriuscita di prodotti tossici derivanti dalle attività estrattive). Secondo il rapporto Ue, e’ difficile determinare la fetta di perdite riconducibile ai cambiamenti climatici, ma e’ probabile che questo fattore sarà sempre piu’ incisivo in futuro, dal momento che si prevede un aumento della frequenza e dell’intensita’ degli eventi estremi.
Le cifre dello studio sono impressionanti. I disastri naturali che hanno colpito l'Europa nel periodo 1998-2009 hanno causato quasi 100 mila morti, colpito undici milioni di cittadini su un totali di 590 milioni di residenti nell'Unione Europea, oltre a 150 miliardi di euro di danni. “La frequenza e l’intensità degli eventi meteorologici estremi sono in aumento a causa dei cambiamenti climatici», è la denuncia contenuta nel rapporto. A questo bisogna poi aggiungere i disastri industriali, ben 339, che hanno provocato ulteriori 159 morti, con danni economici e ambientali “enormi e difficili da quantificare”.

Dieci anni di calamità naturali
In Europa l’ultimo decennio è stato caratterizzato da tragici eventi, che hanno avuto pesanti ripercussioni sia da un punto di vista economico, ma anche in termini di perdita di vite umane e danni per l'ecosistema. Dall’ondata di calore che colpì nell’estate 2003 la Francia, il Portogallo, i Paesi Bassi, la Spagna, la Germania, la Svizzera e il Regno Unito provocando più di 70mila morti, al tragico terremoto del 1999 a Izmit in Turchia che uccise 17mila persone. I più grandi disastri naturali, verificatisi nel decennio in esame, hanno interessato 32 Paesi europei e causato danni per 150 miliardi di euro. Anche se dal 2003 al 2009 non si sono registrati sismi superiori a 6,4 gradi della scala Richter, i terremoti restano la seconda calamità naturale per numero di vittime e la prima per danni.

15 gennaio 2011

2010: confermato l'ennesimo anno record

Un gruppo di scienziati provenienti da diverse importanti istituzioni - il Goddard Institute for Space Studies (GISS) della Nasa, NOAA's National Climatic Data Center (NCDC), il Meteorological Agency dal Giappone e il britannico Met Office Hadley Centre - hanno raccolto i dati registrati dalle stazioni di monitoraggio della temperatura sparse per il mondo e hanno stabilito che il 2010, assieme al 2005, ha fatto registrare le temperature più alte degli ultimi 131 anni di misurazione strumentale. Ma quanto è significativa l'analisi di un singolo anno? Non più di tanto, sottolinea James Hansen, direttore del GISS a New York City. Nell'analisi dell'Istituto, per esempio, il 2010 differiva dal 2005 per meno di 0,01 ° C (0,018 ° F), una differenza così piccola che le temperature di questi due anni risultano essere indistinguibili, dato il grado di incertezza del calcolo.
Nel frattempo, il 2009, il terzo anno più caldo è così vicino al 1998, 2002, 2003, 2006 e 2007, con la differenza massima tra gli anni di soli 0,03° C, cosicché le temperature di tutti e sei gli anni sono praticamente sovrapponibili. Anche per il 2010 è molto più importante l'analisi di un contesto più ampio piuttosto che quella del singolo anno. "Certo, è interessante che il 2010 sia stato così caldo, nonostante la presenza de La Niña e un sole incredibilmente inattivo, due fattori che hanno un'influenza sul raffreddamento del pianeta, ma molto più importante della classificazione dei singoli anni sono i trend decennali" ha detto Hansen.
Uno dei problemi che può emergere se ci si focalizza sulla classificazione dei singoli anni, piuttosto che sulla tendenza a lungo termine, è che le temperature registrate possono differire nelle stazioni di rilevamento più seguite, come il GISS, il NCDC, e il Met Office, una situazione che può generare confusione. Per esempio, mentre il GISS aveva precedentemente classificato il 2005 come l'hanno più caldo, per il Met Office era stato il 1998. La discrepanza ha contribuito ad alimentare l'errata percezione che i risultati dei tre gruppi variassero eccessivamente e che contenessero una grosso livello di incertezza. Ciò alimentatò anche la percezione che il riscaldamento globale si arrestò nel 1998. 
"In realtà, nulla potrebbe essere più lontano dalla verità", ha detto Hansen. Le temperature del globo hanno continuato ad aumentare costantemente.
"I tre documenti ufficiali variano leggermente a causa di sottili differenze nel modo in cui si analizzano i dati, ma i risultati concordano straordinariamente bene", ha detto Reto Ruedy, collega di Hansen al GISS, esperto nell'analisi della temperatura della superficie terrestre.
Tutte e tre le registrazioni mostrano picchi e valli che variano in sincronia virtuale con gli altri dal 1880. Tutti e tre mostrano un riscaldamento negli ultimi decenni particolarmente rapido. E tutti e tre mostrano come l'ultimo decennio sia il più caldo mai registrato nelle misurazioni strumentali.
La temperatura media misurata nel 2010 dagli esperti della Nasa è stata di 0,74 gradi centigradi superiore a quella ottenuta nel trentennio compreso fra il 1951 e il 1980, ed è stata ottenuta attraverso il monitoraggio dell’atmosfera in oltre mille stazioni meteorologiche collocate in ogni continente, dai dati inviati dai satelliti meteorologici, dai punti di osservazione marini, e dalle stazioni scientifiche presenti nel Polo Sud. Ma l’aspetto più preoccupante per gli scienziati della Nasa sta nel fatto che negli scorsi mesi la Nina ha interessato una gran parte dell’oceano Pacifico, influenzando così il clima di tutto il pianeta; e la Nina è un fenomeno climatico che raffredda.
Dunque, se non si fosse manifestato, i rilevamenti sarebbero stati più caldi, come ha spiegato James Hansen del Giss: «Se si epurano i dati della Nina e del Nino che l’ha preceduta, si scopre che l’ultima decade si è riscaldata a una velocità sicuramente superiore rispetto alle due decadi precedenti». I due ultimi inverni, che sono stati particolarmente freddi nell’emisfero boreale, potrebbero trarre in inganno, perché l’aumento della temperatura terrestre prosegue con continuità e paradossalmente il freddo ne è una diretta conseguenza. In Artide, dove le temperature salgono più velocemente che altrove, si sono presentate situazioni meteorologiche molto anomale a causa dello scioglimento dei ghiacci, che spingono verso meridione i venti freddi provocando il clima gelido.
Fatto salvo questo fenomeno, in tutto il resto del pianeta le temperature non hanno mostrato alcuna diminuzione in alcuna stagione dell’anno, e anzi per il futuro prossimo la situazione tenderà a riscaldarsi ulteriormente. In base ad analisi di più lungo periodo, la temperatura si sta innalzando a una velocità di circa un quinto di grado centigrado ogni decennio. Da qui la previsione di Hansen, che ha presentato i dati della ricerca: «Se le condizioni attuali continueranno a rimanere tali, ossia se non si diminuirà l’immissione di anidride carbonica nell’atmosfera, il 2010 conserverà per ben poco tempo il record acquisito». Il 2011 dunque preme per un posto sul podio.

Per approfondimenti:

14 gennaio 2011

L'innovazione agricola è la chiave per ridurre la povertà e stabilizzare il clima

State of the World 2011 fornisce una tabella di marcia per la sicurezza alimentare e gli investimenti agricoli, rivelando 15 soluzioni ad alta e bassa tecnologia che stanno contribuendo a ridurre la fame e la povertà in Africa

Il Worldwatch Institute oggi ha pubblicato il suo rapporto State of the World 2011: "L'innovazione che Nutre il Pianeta", che punta i riflettori sui successi delle innovazioni agricole e porta alla luce le principali conquiste nella prevenzione degli sprechi alimentari, il primo passo per la resistenza al cambiamento climatico, e l'incentivo all'agricoltura cittadina. La relazione fornisce una roadmap per l'aumento degli investimenti agricoli e i modi più efficienti per alleviare la fame e la povertà globali. Scritto da esperti mondiali del settore agricolo, grazie all'esperienza di centinaia di innovazioni che sono già state messe in pratica, la relazione descrive 15 pratiche ambientali già comprovate nella loro efficienza e sostenibilità.
"I progressi mostrati grazie a questo rapporto potranno informare i governi, i politici, le ONG e i semplici donatori che aspirano a eliminare la fame e la povertà, fornendo una chiara via maestra per incentivare e ripetere questi successi altrove", ha detto il Presidente del Worldwatch Institute Christopher Flavin. "Abbiamo bisogno di persone in tutto il mondo che influenzino i governi a impegnarsi nello sviluppo agricolo con supporti a lungo termine per gli agricoltori, che costituiscono l'80 per cento della popolazione in Africa".
State of the World 2011 arriva in un momento in cui molte persone che soffrono la fame in tutto il mondo e le iniziative per la sicurezza alimentare - come il programma "Alimenta il Futuro" dell'amministrazione Obama, il "Global Agriculture and Food Security Program (GAFSP)", il "United Nations World Food Programme (WFP)", e il "Comprehensive Africa Agriculture Development Programme (CAADP)" - possono beneficiare di una nuova visione nei progetti ambientali sostenibili, che sono già all'opera per alleviare la fame e la povertà.

8 gennaio 2011

Dieci domande e dieci risposte sul nucleare

1 - E’ vero che il nucleare offre un contributo energetico insostituibile?
Il contributo attuale al fabbisogno energetico mondiale fornito dal nucleare si attesta sul valore del 5,9% dell’energia primaria.
In realtà il valore del 5,9% dell’energia primaria non tiene conto del fatto che solo meno di un terzo del contenuto energetico del combustibile fissile viene effettivamente sfruttato, in quanto convertito in energia elettrica, l’unica forma di energia che le centrali nucleari sono realmente in grado di sfruttare.
Se andiamo infatti a vedere il seguente grafico, con il mix di produzione dell’energia elettrica, notiamo come il contributo del nucleare corrisponda al 13,8% (del fabbisogno elettrico), ossia inferiore a quello dell’energia idroelettrica che contribuisce per il 15,6%.

Del resto, sempre secondo i dati della IEA, nel 2007 la produzione idroelettrica ammontava a 3.162 miliardi di kWh contro i 2.719 del nucleare.
Quindi la produzione da nucleare copre effettivamente un 2% dei consumi mondiali. Come si vede bene anche dal seguente grafico tratto dagli importanti lavori di Storm van Leeuwen. Peraltro nessuno studio scientifico serio prevede che per il futuro il nucleare possa fornire un maggiore contributo che resterà sempre inferiore a quello di una fonte rinnovabile come l’idroelettrico.

5 gennaio 2011

Nel Tamigi torna la vita, nei fiumi italiani arriva la morte

Una politica attenta all'ambiente può davveri fare i miracoli e riportare alla vita ecosistemi dati ormai per spacciati. Negli anni '50 il Tamigi fu dichiarato "fiume biologicamente morto", a causa dell'inquinamento e della pessima qualità delle sue acque, tanto che la maggior parte della flora e della fauna tipica del corso d'acqua era scomparsa. Venne quindi avviata una seria politica ecologica ed ambientale, un lungo lavoro iniziato dalla Thatcher e proseguito fino ad oggi, che ha puntato molto sulla qualità dell'acqua grazie all'introduzione di depuratori per trattare gli scarichi fognari e una legislazione dura verso i responsabili dell'inquinamento. Così già nel 1990 l'analisi chimica qualitativa delle sua acque aveva classificato come "buono" o "molto buono" il 53% dei campioni, mentre nel 2008 aveva raggiunto quota 80%. Oggi il fiume è tornato a risplendere. Si è ripopolato di salmoni, lontre, sogliole e persino alcune foche e si è trasformato in un'affascinante via di navigazione. Sono ricomparsi anche i cavallucci marini, specie molto sensibili all'inquinamento, che a causa delle acque velenose del Tamigi avevano migrato verso altri lidi ed erano scomparsi da più di un secolo. Dall'aprile 2005, 393 progetti di valorizzazione dell'habitat sono stati completati e circa 70 km di fiume sono stati recuperati e riportati al loro antico splendore. E secondo l'ultimo rapporto dell'Environment Agency, l'ente statale che gestisce i corsi d'acqua britannici, non è solo il Tamigi a rinascere, ma anche altri fiumi del Regno Unito stanno riprendendo vita.

Ma se oltremanica la situazione appare sempre più rosea, in Italia è sempre più nera. Secondo il rapporto realizzato dal Wwf, che ha realizzato la mappa del degrado dei fiumi italiani, nel nostro paese i corsi d'acqua sono "terra di nessuno", fogne a cielo aperto, inquinati da scarichi velenosi, spesso abusivi, a causa del malfuzionamento o dell'assenza dei depuratori. Una situazione presente in tutta Italia senza distinzioni, dal "sacro" Piave in Veneto, fino al Loreto in Sicilia. Tutte condizioni ideali per l'estinzione delle specie che vi abitano. L'88% dei pesci di acqua dolce, infatti, è a rischio così come due terzi degli uccelli e dei mammiferi che vivono lungo i torrenti. Poche le ‘perle’ naturali che risulteranno nella nuova Mappa, come quella dell’alto Sangro, in Abruzzo, dove sono state rilevate tracce di lontra, il mammifero più raro dei fiumi italiani, che non a caso sceglie i tratti d’acqua più naturali e ancora in buono stato di salute. "I nostri fiumi stanno morendo" è la denuncia che arriva dal Wwf, secondo il quale la mancanza di un'autorità nazionale di bacino, sacrificata in nome del federalismo, è una delle principale cause della disastrosa situazione italiana.
29 corsi d'acqua sono stati al centro dell'indagine in tutte le regioni d'Italia: cemento, rifiuti e scarichi stanno minacciando la loro biodiversità. Sull'Agri, in Basilicata, sono stati individuati 74 sbarramenti e 26 depositi di rifiuti, lungo l'Adda aumentano i cantieri, scarichi abusivi sono stati individuati nell'alto Tevere, l'Aniene a causa di depuratori inattivi è inquinato, nel Po la biodiversità è stata gravemente intaccata, e non sono pochi i casi di cementificazione selvaggia nell'alveo dei fiumi.
Insomma, mentre quest'anno il Tamigi ha vinto il Thiess River Prize, riconoscimento internazionale che premia i progetti di recupero dei corsi d'acqua, ospitando più di 125 specie di pesci, in Italia, se non si cambia rotta i fiumi saranno presto solo veleni, rifiuti e liquami. Degli specchi d'acqua su cui riflettere.

4 gennaio 2011

2010: l'anno più caldo e il decennio record

Il 2010 si avvia ad essere, seppure le verifiche sono tuttora in corso, leader nella speciale classifica. Fondamentale per capire il caos climatico è il ruolo degli oceani.

L'anno 2010 sarà molto probabilmente l’anno più caldo, a livello globale, mai verificatosi dal 1880, nonostante le forti irruzioni di aria fredda che hanno interessato il nord e centro Europa e una parte della costa orientale degli Usa. Ma anche il primo decennio del terzo millennio si chiude come quello più caldo mai verificatosi a livello globale dal 1880. Il riscaldamento del pianeta non sta avvenendo né ad un ritmo costante, né in modo uniforme nelle differenti aree geografiche. Il riscaldamento è maggiore nelle aree polari che in quelle equatoriali, è maggiore sui continenti che sugli oceani, è maggiore nei periodi invernali che in quelli estivi e, aspetto più rilevante, il riscaldamento e la velocità del riscaldamento climatico è maggiore nell’emisfero nord che nell’emisfero sud.
Il motivo di tutto questo sta nel ruolo che gli oceani hanno nei cambiamenti del clima. Tra atmosfera ed oceani c’è una gigantesca differenza nelle loro rispettive capacità di immagazzinare calore. Quello necessario per riscaldare l’intera l’atmosfera terrestre di 1°C riuscirebbe a mala pena a riscaldare di 1°C i primi tre metri e mezzo di profondità di tutti gli oceani del mondo! Altra gigantesca differenza è quella esistente tra suolo, atmosfera e oceani. Il suolo ha una scarsissima capacità termica: si scalda facilmente e velocemente e si raffredda altrettanto facilmente e velocemente, ma senza immagazzinare calore. Di conseguenza, la crescita dell’effetto serra atmosferico intrappola quantità sempre maggiori di calore, ma sono gli oceani che poi lo assorbono, lo accumulano e poi lo ridistribuiscono all’atmosfera ed ai continenti. Poiché in tutta la massa d’acqua degli oceani si è ormai accumulata una quantità gigantesca di calore, il ruolo di volano termico è talmente considerevole che gli oceani sono in grado di regolare non solo la variabilità meteorologica tra una stagione e l’altra o tra un anno e l’altro, ma anche di influire sull’andamento del clima dell’intero pianeta su periodi di tempo molto lunghi fino alle centinaia di anni e anche il migliaio di anni. Siccome il 60% circa della superficie emisferica boreale è coperta dagli oceani, mentre nell’emisfero sud gli oceani coprono, invece, 80% circa della superficie emisferica australe, il maggior serbatoio di calore che regola il clima sta nell’emisfero sud.

29 dicembre 2010

Una marea radioattiva soffocata nel silenzio

Dicembre volge al termine e come ogni anno i media italiani raccontano quanto faccia freddo d’inverno, che è arrivata la neve e che è iniziata la corsa all’ultimo regalo, possibilmente il più stupido e inutile possibile. Insomma, notizie di assoluto rilievo e poco scontate, che non lasciano spazio per vicende di poco importanza come lo sversamento di tre milioni di litri di fanghi radioattivi in un insignificante paese dell’Africa nera. Greenpeace Africa aveva infatti ricevuto il 17 dicembre un rapporto su uno sversamento di 200.000 litri di fanghi radioattivi avvenuto l’11 dicembre scorso, a causa della rottura delle barriere di contenimento di tre vasche dove venivano stoccate le scorie della miniera di Somair, gestita dal gigante del nucleare francese Areva. Il 21 dicembre però il disastro è risultato essere 10 volte peggiore. La società, controllata al 90% dal governo francese, ha dovuto ammettere che dalle vasche sono fuoriusciti per “troppo pieno” 30 milioni di litri di fango radioattivo e non 200 mila. Inoltre, l’area coinvolta è di 20 ettari e non 2 come era stato precedentemente comunicato. Ancora nessun dato ufficiale è stato fornito sui livelli di contaminazione. Una marea radioattiva nel cuore del Niger, soffocata nel silenzio in Italia, dove è appena partita la grande campagna mediatica del Forum Nucleare Italiano.
L’Ong Aghir in’Man ha pubblicato le foto che documentano il cedimento delle dighe dei bacini di stoccaggio degli effluenti liquidi provenienti dal processo di macinazione dell’uranio, i cosiddetti liquidi sterili, con la conseguente contaminazione di tutta l’area circostante. Almoustapha Alhacen, che ha effettuato un controllo sulla fuoriuscita per conto di Aghir in’Man, ha confermato a Greenpeace la contaminazione del terreno in seguito allo sversamento dell’11 dicembre. L’estrazione dell’uranio produce grandi volumi di scorie radioattive e industriali. Uno sversamento nell’ambiente come quello avvenuto dalle vasche degli sterili radioattivi può causare una grave contaminazione delle acque freatiche e dei pozzi locali. “Quando l’approvvigionamento idrico locale viene contaminato con materiali radioattivi ed altri materiali, questo pone gravi rischi sanitari per la popolazione locale – spiega Greenpeace Africa – Il fango che rimane dopo la rimozione dell’uranio dal minerale contiene l’85% della radioattività iniziale del minerale. Nelle miniere di uranio in Niger, queste scorie minerarie vengono stoccate in enormi mucchi, esposti all’aria aperta”.
Secondo Rianne Teule, responsabile energia di Greenpeace Africa, “questa nuova perdita dimostra che le cattive pratiche delle miniere di uranio di Areva in Niger continuano a minacciare la salute e la sicurezza delle persone e dell’ambiente. In contrasto con le dichiarazioni di Areva, che sostiene che le loro operazioni sono conformi alle norme internazionali per sicurezza, ambiente e salute, queste nuove informazioni dimostrano che Areva non ha fatto abbastanza per proteggere la popolazione del Niger”.
A maggio, il rapporto di Greenpeace “Left in the Dust” ha rivelato alti e pericolosi livelli di contaminazione nell’aria, nell’acqua e nel suolo nei dintorni delle miniere di uranio di Areva in Niger. La multinazionale atomica ha liquidato le analisi come «di parte», ma Greenpeace ha pubblicato alcuni giorni fa il rapporto definitivo che dimostra come le due cittadine minerarie di Arlit e Akokan, costruite di sana pianta da Areva, sino circondate da aria avvelenata, il suolo contaminato e l’acqua inquinata. Il rapporto svela anche il traffico di metalli e materiali radioattivi provenienti dall’interno degli impianti minerari, con rottami metallici e attrezzature radioattivi venduti direttamente nei mercati locali e riciclati nella costruzione delle poverissime abitazioni di Arlit e Akokan. Un traffico evidente ma anche questo negato da Areva.
Ancora una volta il nucleare dimostra di essere ben lontana da un’energia pulita e sostenibile, se si prende in considerazione, come spesso si evita di fare, l’intero processo produttivo dell’energia atomica, dall’estrazione dell’uranio in miniera, passando per la centrale fino ad arrivare allo smantellamento dei reattori e allo stoccaggio delle scorie. Non si può prendere in considerazione la sola produzione di energia senza contare il mondo che gravita intorno.
Intanto l’Uranio che si sta estraendo da queste miniere del Niger potrebbe presto finire anche nelle centrali che il governo Berlusconi, con il sostegno dell'esimio professor Veronesi, vuole costruire in Italia.

21 dicembre 2010

Cambiamenti climatici: la nostra salute a rischio

I cambiamenti climatici potrebbe non solo turbare i delicati equilibri dei sistemi ecologici, ma anche avere pesanti conseguenze sulla nostra salute. A sostenerlo il rapporto “Si salvi chi può – Gli impatti socio sanitari del cambiamento climatico” presentato da ISDE – Medici per l’ambiente in collaborazione con Greenpeace. Il documento segue le dichiarazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, secondo la quale l’impatto sulla salute dei cambiamenti climatici debba essere posto all’attenzione dell’opinione pubblica molto più di quanto non sia stato fatto sino a ora. La Commissione Europea aveva infatti proposto agli Stati membri di portare entro il 2020 la riduzione delle sue emissioni di gas serra dal 20% al 30%: si stima che in tal modo si sarebbe potuto ottenere un risparmio sulla spesa pubblica per la sanità da 10 a 30,5 miliardi all’anno, di cui 3,4 miliardi/anno in Italia(1,2). Il nostro Paese, uno di quelli nell’UE a maggior rischio ambientale e sanitario, si è però opposto insieme a molti altri a questa strategia. Eppure L’OMS ha previsto(3), a seguito del riscaldamento globale, la perdita ogni anno di 5 milioni di anni di vita e un incremento della mortalità umana del 3% per ogni grado di aumento della temperatura terrestre. Inoltre l’IPCC ha elaborato una stima secondo la quale se la temperatura media globale dovesse superare di 1,5-2,5°C quella del periodo 1980-1999, sarà a rischio tutta la biodiversità del Pianeta con la scomparsa del 20-30% delle specie note. E nemmeno l’Homo sapiens sapiens, la specie dominante di tutti gli ecosistemi terrestri, ne uscirebbe indenne.
L’ambiente è stato profondamente modificato negli anni nei suoi caratteri fisico-chimici e negli ecosistemi biologici ed è oggi invaso da molecole chimiche di sintesi (pesticidi in agricoltura, antibiotici e farmaci in campo medico e zootecnico, additivi alimentari, ecc..) con effetti tossici, teratogeni, mutageni e cancerogeni. Secondo l’ISDE, il quadro che ne emerge è allarmante. Sono in continuo aumento infatti le malattie cardiovascolari, immunomediate, neurodegenerative, endocrino-metaboliche e neoplastiche, in particolare nei bambini. Molte di queste sono causate dall’azione dei fattori ambientali sui nostri geni e possono essere attribuite direttamente o indirettamente al riscaldamento globale, in particolare le malattie strettamente connesse all’inquinamento atmosferico e le malattie infettive. Ricerche sperimentali ed epidemiologiche(4) hanno ricondotto la loro patogenesi a tre principali processi:
- continua esposizione dell’organismo umano a inquinanti ambientali con reazioni infiammatorie e riparative anomale che provocano malattie immunitarie, neurodegenerative (Alzheimer, Parkinson, Sclerosi laterale amiotrofica), neoplastiche e metaboliche;
- alterazione troppo rapida degli ecosistemi microbici naturali sui quali si sono modellati nel tempo i nostri meccanismi di difesa;
- azione diretta degli inquinanti ambientali sull’embrione e sul feto durante la gestazione.
Le malattie da inquinamento atmosferico sono dovute al complesso di gas serra e altri inquinanti presenti nell’aria. Le temperature elevate accelerano la formazione di ozono, dovuta all’azione fotochimica delle radiazioni solari ultraviolette sui cosiddetti inquinanti “precursori” presenti nell’aria. L’ozono, un forte ossidante, danneggia le cellule delle congiuntive e delle vie respiratorie, rendendoci più suscettibili agli altri inquinanti presenti nell’aria, in particolare alle polveri ultrafini (PM 0,1 e minori). Queste sono le più nocive tra tutti gli inquinanti atmosferici poiché non solo causano malattie croniche a livello polmonare, tra cui i tumori, ma colpiscono anche il sistema cardiovascolare aumentando l’insorgenza di infarti e ictus, oltre a intaccare direttamente il patrimonio genetico (azione epigenetica)(5,6).
Temperature maggiori possono inoltre favorire la diffusione e la permanenza nell’ambiente di nuovi microrganismi. Questi patogeni vengono veicolati da insetti “vettori” oppure da acque contaminate, dove la persistenza degli agenti microbici è favorita dalle elevate temperature, e raggiungono nuove aree geografiche. L’ampliamento al Nord e al Sud delle zone climatiche sub-tropicali, oltre a facilitare la contaminazione microbica delle acque, ha comportato la diffusione di insetti esotici in latitudini diverse dalle originali, causando l’espansione delle malattie tropicali. Un tipico esempio di migrazione e colonizzazione di insetti vettori è costituito dalla comparsa della zanzara tigre nelle zone climatiche temperate. Si sta poi assistendo, a seguito del riscaldamento globale, a un aumento di malattie presenti endemicamente in determinate regioni e alla comparsa di malattie emergenti in altre storicamente indenni. Quelle più direttamente correlabili all’aumento termico sono ad esempio malattie virali come la Febbre gialla e la Dengue.
In alcune aree del pianeta, sia per ragioni climatiche sia sociali, gli effetti sulla salute dei cambiamenti climatici saranno peggiori che in altre. Ma nessuno ne sarà indenne poiché gli impatti del cambiamento climatico causeranno tra l’altro fenomeni di migrazioni di massa (i cosiddetti ecoprofughi, stimati già a 6 milioni per il 2010 e circa 300 milioni per il 2050) che, assieme alla crisi delle risorse naturali, aumenteranno le tensioni sociali o ne innescheranno di nuove.
È quindi necessario intervenire immediatamente, conclude il rapporto, al fine di prevenire un ulteriore peggioramento della situazione, tagliando, fino a raggiungere una sostanziale eliminazione, le emissioni di gas serra. Sarà inoltre fondamentale tutelare gli ecosistemi più fragili, ma allo stesso tempo più importanti del Pianeta, proteggendo ad esempio le ultime grandi foreste e creando ampie riserve marine. Ma il tempo rimasto è poco, anzi secondo alcuni il processo è ormai irreversibile. Undici degli ultimi dodici anni sono stati tra i più caldi: il 2010, secondo i dati del USNOAA (United States National Oceanografic and Space Administration), si avvia a battere i record precedenti. La concentrazione di CO2 in atmosfera è salita dai 300 ppm dell’inizio del ‘900 ai 389 ppm del 2010. Numerose fonti scientifiche autorevoli ritengono che se si vorrà contenere il rialzo termico entro i 2°C rispetto all’epoca preindustriale, considerato il massimo limite termico sostenibile, le concentrazioni di CO2 dovranno essere stabilizzate a 400 ppm secondo alcuni, 350 ppm secondo altri. È stato stimato che con il ritmo attuale la CO2 nel 2020 supererà il limite di 400 ppm fissato a Copenaghen dalla COP 15(7,8,9,10). Tra le molte ragioni per intervenire con urgenza quindi non c’è solo la necessità di preservare i delicati equilibri biologici del nostro pianeta, ma anche quella di proteggere la nostra salute e di salvare numerose vite umane.

(1)   HEAL – HCWH 2010 (Health and Environment Alliance – Health Care Without Harm). Agire adesso per una salute migliore: un abbattimento del 30% per il clima UE. http://www.envhealth.org/a/3585
(2)    NGOs for Health and Environment Alliance 2010. Additional CO2 cuts could save EU
billions in health costs.
(3)    WHO 2009. Climate Change and Human Health.
(4)    Delia S, Cannavò G, Parisi S, Laganà P. Fonti energetiche. Impatto socio ambientale e modelli di società: quali prospettive per il futuro. Igiene Sanità Pubblica 2009; 65: 621-656.
(5)     Riddihough G, Zahn L.M. What is Epigenetics? Science, n° 330, 2010.
(6)     Bonasio R et al. Molecular Signals of Epigenetic States. Science, n° 330, 2010.
(7)     IPCC 2007 (Intergovernmental Panel on Climate Change). Fourth Assessment Report. Mitigation of Climate Change.
http://www.ipcc.ch/publications_and_data/ar4/syr/en/contents.html
(8)     WMO – GAW (World Meteorological Organization-Global Atmosphere Watch).
http://gaw.kishon.go.ip/
(9)     NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration).
http://www.ncdc.noaa.gov/oa/ncdc.html
(10)   Lombroso L. Clima ed energia: l’impatto sulla salute delle sfide del futuro. ISDE Atti Terze
Giornate Mediche per l’Ambiente. Genova 2008.

30 ottobre 2010

La campagna benzo(a)pirene su Il Manifesto

PRO ILVA - Un decreto alza i livelli di tollerabilità del benzoapirene
E il governo vara la legge che aiuta i grandi inquinatori


Ornella Bellucci - Con una legge ritoccata ad hoc, il governo offre la sponda ai grandi inquinatori. Fino al 31 dicembre 2012, nelle città italiane con oltre 150mila abitanti, il benzoapirene, il più cancerogeno tra gli idrocarburi policiclici aromatici (Ipa) secondo l'Agenzia Internazionale di Ricerca sul Cancro, potrà superare la soglia europea di tollerabilità (un nanogrammo per metro cubo). Il tetto, fissato da un decreto ministeriale del 1994, poi incorporato nel decreto legislativo 152 del 2007, è stato abrogato dal successivo decreto 155 di quest'anno, emanato il 13 agosto scorso in attuazione, dice il governo, della direttiva europea del 2008 «per un'aria più pulita in Europa».
In realtà quella direttiva non parla di benzoapirene, ma di altri agenti tossici. Mentre in virtù di questo decreto, fino alla fine del 2012, nei centri urbani con oltre 150 mila abitanti il benzoapirene potrà superare quella soglia, senza obbligo di individuazione della fonte di inquinamento nè di intervento da parte degli enti locali (che invece prima erano obbligati a intervenire). Solo a partire dal 2013 il benzoapirene dovrebbe tornare a non superare quel limite. Questo oggi in Italia dice la legge che regola le sue emissioni in atmosfera, sebbene il testo sottoposto al vaglio della Commissione ambiente al Senato e alla Camera e presentato da Agostino Ghiglia (Pdl) sia stato un altro. Roberto Della Seta, senatore Pd in quella commissione, precisa: «Queste disposizioni non erano nel testo esaminato a luglio». Infatti il provvedimento ha ottenuto parere favorevole da entrambe le commissioni parlamentari. E ora il Pd ha presentato in commissione Ambiente una risoluzione che impegna il governo a ripristinare i vecchi limiti di legge, più rigidi. Il benzopirene può essere assorbito per inalazione, attraverso la cute e per ingestione, e l'esposizione ripetuta o a lungo termine può causare danni importanti alla salute.
 
Una norma pro Ilva

28 ottobre 2010

I ghiacciai sentinelle climatiche

Pubblicato sulla rivista Geoitalia, periodico della Federazione Italiana di Scienze della Terra, "La risposta dei ghiacciai alpini alle variazioni climatiche", un'attenta analisi sull'andamento dei ghiacciai italiani dal 1925 ad oggi. 

I ghiacciai sono una indubbia risorsa naturale e degli ottimi indicatori ambientali. A sostenerlo ancora una volta è Carlo Baroni del Comitato Glaciologico Italiano, nonché Professore Ordinario di Geografia Fisica e Geomorfologia dell'Università di Pisa. I ghiacciai costituiscono infatti una fondamentale risorsa d’acqua dolce, ma sono anche delle sentinelle ambientali molto sensibili alle variazioni climatiche, in quanto reagiscono alle sollecitazioni esterne mutando in forma e dimensioni, in particolare i ghiacciai alpini, essendo costituiti quasi esclusivamente da ghiaccio a temperatura prossima a quella di fusione. Questi ultimi infatti possono ritirarsi o espandersi visibilmente in seguito anche a minime variazioni della temperatura. Non esiste tutt'oggi un censimento nazionale dei ghiacciai; l'ultima stima del gruppo di glacioloci cordinati da Michael Zemp del 2008 parla di 1397 ghiacciai sull'arco alpino, per un'estensione totale di 608 chilometri quadrati. A completare il quadro, l’ultimo residuo dei ghiacciai appenninici, il Ghiacciaio del Calderone sul Gran Sasso, ormai ridotto a poco più di un glacionevato, ovvero una formazione che è pressoché una via di mezzo tra un nevaio e un ghiacciao. La risposta del ghiacciaio alle mutazioni climatiche dipenderà ovviamente dalla massa complessiva del ghiacciaio: maggiore la sua dimensione, maggiore sarà la sua resistenza alle variazioni di temperatura.

Secondo lo studio, dalla seconda metà del XIX secolo è in atto una fase di accentuata contrazione, che ha portato i ghiacciai italiani a perdere oltre il 40% della loro superficie. Il limite delle nevi si è innalzato di oltre 100 m. Molti piccoli ghiacciai sono scomparsi, mentre tantissimi si sono frazionati in individui minori, arretrando le loro fronti anche di oltre 2 km. Molti ghiacciai residui sono arrivati sotto il limite delle nevi. Resistono per inerzia, ma la loro fine è ormai segnata. Come si può notare dal grafico, il ritiro dei ghiacciai non è stato però lineare nel tempo. Dopo una fase di arretramento generalizzato negli anni '50 e '60 del secolo scorso, per tutti i successivi anni '70 si è avuto un recupero dell'estensione dei ghiacciai alpini altrettanto generalizzata. Poi con gli anni '80 è iniziata una nuova fase di ritiro che, nel volgere di dieci anni, ha interessato e interessa oltre il 90% dei ghiacciai italiani.

Dall'analisi di questi dati, il Prof. Baroni sostiene infine che al perdurare di questa situazione dovremo attenderci ulteriori e drammatiche riduzioni dell'estensione e dello spessore dei ghiacciai. Le domande sorgono quindi spontanee: quali potranno essere le conseguenze dovute al consumo delle risorse idriche immagazzinate nei ghiacciai? Quali scenari dobbiamo attenderci nei prossimi decenni? A queste domande non vi è una risposta certa, ma, conclude lo studioso, sarà fondamentale un'approfondita conoscenza dei ghiacciai e un loro continuo monitoraggio nel tempo.
Articolo pubblicato su PeaceLink.

Scarica l'articolo su Geoitalia (periodico n.32, pag 50-51)

27 ottobre 2010

Colata di cemento con la scusa della F1

Un'esplosione di cemento all'Eur. Un mega progetto intorno al circuito dell'Eur, con grattacieli che sorgeranno al posto delle aree verdi. Oltre 230mila metri cubi di nuove costruzioni destinate a stravolgere l'assetto del quartiere a sud della capitale allorché andranno in porto i due progetti edificatori del Campidoglio: uno legato al Gran premio di Formula 1 (che vale 80mila metri cubi), l'altro alla valorizzazione dell'area ex Velodromo. "Una gigantesca speculazione" accusano Italia Nostra, le associazioni dei cittadini e il Pd. E quest'ultimo è deciso anche a contrastare, insieme agli altri partiti di opposizione, la maxi-vendita ai privati di 15 caserme distribuite sull'intero territorio comunale che saranno trasformate in case di lusso, hotel e centri commerciali

Il cemento ha il colore di una fotografia di quello che sarà. Due alti palazzi gemelli da una parte e dall'altra all'altra del verde delle Tre Fontane, davanti ai bianchi marmi dell'Eur, dove adesso si stagliano il rosso dei campi da tennis e delle piste di atletica e il verde di quelli da basket. Ognuno sarà un piccolo grattacielo, ben quindici piani fuori terra che si allungano in altri sette piani accanto, a forma di una L, e tutti e due ospiteranno appartamenti di lusso, uffici e negozi, messi in vendita per lanciare e realizzare il Gran Premio di Roma e far sfrecciare nell'estate del 2013 i bolidi della Formula Uno nel quartiere. (galleria fotografica: I progetti, Gli 'effetti' sull'ambiente)
Il progetto è stato presentato all'inizio di agosto in grandi cartelle rosse e bianche nelle stanze che contano del Campidoglio e adesso aspetta il via libera della conferenza dei servizi, convocata per il 9 novembre, e poi del consiglio comunale. I due palazzi del comprensorio si chiamano con nomi poetici, Porta dei Pini e Porta delle Tre Fontane. Ma sono 80 mila metri cubi che si abbatterebbero su uno degli angoli storici destinati a verde attrezzato del quartiere, quelli dove dagli anni Sessanta intere generazioni di ragazzi, con le loro magliette bianche e le scarpette da ginnastica, hanno cominciato a correre sulle piste, a giocare a tennis e a pallacanestro. Così scendono in campo le associazioni dei cittadini del quartiere (Comitato Salute Ambiente Eur, Coordinamento Comitati e Cittadini per la Difesa dell'Eur, Coordinamento No Alla Formula Uno e La Vita degli Altri Onlus) e Italia Nostra, con un dossier dal titolo "Le mani sull'Eur" e un appello al sindaco Alemanno, ma anche ai ministri dei Beni Culturali, Sandro Bondi , e dell'Ambiente, Stefania Prestigiacomo, e al premier Silvio Berlusconi. "Ribadiamo" scrivono "la nostra estrema preoccupazione riguardo un progetto che sembra aver preso forma parallelamente alla concezione di Roma Capitale, dimostrando finalità e modi privatistici, troppo lontani dall'interesse pubblico. Un'impresa che si è avvalsa, finora, di modalità di comunicazione a nostro avviso poco chiare, basate sui più agili metodi dell'imprenditoria privata, quando l'oggetto in discussione sono un quartiere storico, gioiello del Razionalismo, e il benessere di migliaia di cittadini".

26 ottobre 2010

Living Planet Report 2010

Il Wwf ha presentato pochi giorni fa il Living Planet Report 2010, il rapporto annuale sullo stato di salute del pianeta in termini di biodiversità e di pressione antropica sulla biosfera. Grazie a un ampio set di indicatori complementari, il rapporto documenta i cambiamenti avvenuti nella biodiversità, negli ecosistemi e nel consumo delle risorse naturali da parte dell’umanità ed esplora le ripercussioni di tali cambiamenti sul futuro della salute, della ricchezza e del benessere umano. Eccovene una ricca sintesi.

Per la prima volta, il Living Planet Report 2010 ha incrociato i trend delle specie e dell’impronta ecologica con i redditi dei singoli Paesi, mostrando come i Paesi a più alto reddito hanno un’impronta ecologica pari a circa 5 volte quella dei Paesi a basso reddito, che subiscono invece la maggiore perdita di biodiversità. La rapida crescita economica ha causato infatti una sempre maggiore domanda delle risorse necessarie per alimentazione, energia, trasporti, prodotti elettronici, spazi in cui vivere e in cui smaltire rifiuti, soprattutto il biossido di carbonio derivante dai combustibili fossili. Mano a mano che queste risorse non vengono più trovate all’interno dei confini nazionali, esse vengono ricercate in altre parti del mondo.
Il rapporto ha messo inoltre in relazione l’Indice del pianeta vivente (LPI) – una misura dello stato di salute della biodiversità mondiale – con l’Impronta ecologica e l’Impronta idrica, misure della pressione antropica sulle risorse naturali della Terra. Tali indicatori dimostrano chiaramente che la spinta senza precedenti alla ricchezza e al benessere degli ultimi 40 anni sta esercitando una pressione insostenibile sul nostro pianeta.
Una delle misure a più lungo termine sull’andamento della biodiversità mondiale, l’Indice del pianeta vivente, mostra un trend che è rimasto inalterato dal primo Living Planet Report del 1998: una diminuzione globale di circa il 30% fra il 1970 e il 2007. I trend delle popolazioni di specie tropicali e temperate divergono fortemente: l’indice LPI tropicale è diminuito di circa il 60%, mentre quello temperato è aumentato di circa il 30%. La causa di questi trend contrastanti riflette le differenze fra le velocità e i tempi di cambiamento nell’utilizzo del suolo e, di conseguenza, di perdita di habitat, nelle zone temperate e in quelle tropicali. L’aumento dell’indice LPI delle zone temperate a partire dal 1970 può essere dovuto a una base di partenza inferiore e al fatto che le popolazioni di specie siano in ripresa grazie a un maggiore controllo dell’inquinamento, a una migliore gestione dei prodotti di scarto, a migliori qualità di acqua e aria, a un aumento della copertura forestale e/o al maggior impegno nel campo della conservazione, per lo meno in alcune regioni temperate. Di contro, l’indice LPI tropicale parte da una base più alta e riflette i cambiamenti su larga scala degli ecosistemi che, in queste regioni, sono progrediti ininterrottamente dal 1970, con un peso complessivo negativo maggiore di quello positivo dovuto agli sforzi di conservazione.
L’Impronta ecologica misura invece la superficie di terra e di acqua necessarie alla produzione delle risorse rinnovabili utilizzate e comprende lo spazio necessario per le infrastrutture e la vegetazione per assorbire il biossido di carbonio immesso (CO2). Anche essa mostra un trend di crescita costante. Gli ultimi dati del 2007 mostrano che l’Impronta ha superato la biocapacità della Terra – la superficie realmente disponibile per la produzione di risorse rinnovabili e l’assorbimento della CO2 – del 50%. In generale, dal 1966 l’Impronta ecologica dell’umanità è raddoppiata. Questo incremento del sovrasfruttamento ecologico è ampiamente attribuibile all’Impronta di carbonio aumentata 11 volte dal 1961 e di poco più di un terzo dalla pubblicazione del primo Living Planet Report nel 1998. Detto in parole più semplici, la Terra necessiterà di un anno e mezzo per rigenerare le risorse consumate nel solo 2007. Se il trend resterà costante, nel 2030 saranno necessari "due pianeti Terra" per bilanciare le risorse consumate dall'essere umano nel corso di un anno. E' evidente che non è un sistema sostenibile.

25 ottobre 2010

Tutte le bugie del Ministero dell'Ambiente

Simbolo di pericolositàUn'analisi dettagliata delle nuove norme. Punto per punto, ecco come si smontano le tesi dell'Ufficio Legislativo del Ministero dell'Ambiente

Il benzo(a)pirene è un potente cancerogeno che viene veicolato nei polmoni dalle polveri sottili e che è originato dalle combustioni delle industrie e delle auto. Fa parte degli IPA, gli Idrocarburi Policiclici Aromatici. Perché il governo ha rimosso la norma che a partire dal 1999 proibiva il superamento di 1 nanogrammo a metro cubo e con il decreto 155/2010 ha prorogato al 2013 le norme a tutela della salute dei cittadini delle città con più di 150 mila abitanti? Parliamo di una sostanza che è anche genotossica: può modificare il DNA trasmesso dai genitori ai figli.
25 ottobre 2010 - Associazione PeaceLink

Abbiamo "smontato" pezzo per pezzo la risposta del Governo alla risoluzione dell'on. Alessandro Bratti che chiedeva il ripristino delle norme precedenti all'entrata in vigore del decreto con cui il governo lascia "briglia sciolta" al benzo(a)pirene. Il testo del Governo non è in grassetto.
Il nostro commento invece è in grassetto.
Associazione PeaceLink

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Ministero dell'Ambiente
della Tutela del Territorio
e del Mare
UFFICIO LEGISLATIVO
Oggetto: Risposta a risoluzione in Commissione n. 7-00393 (VIII° Commissione ambiente, territorio e lavori pubblici) (On. Alessandro Bratti). Concentrazioni di benzo(a)pirene in atmosfera.
Il decreto legislativo n. 155/2010 ha previsto, per il benzo(a)pirene, un valore obiettivo pari a 1 ng/m3, da raggiungere entro il 31 dicembre 2012 su tutto il territorio nazionale, in piena conformità a quanto stabilito dalla direttiva comunitaria 2004/107/CE.

NOTA BENE: La direttiva comunitaria 2004/107/CE fissa al 31 dicembre 2012 il termine ultimo: le legislazioni nazionali possono decidere di anticipare tale scadenza. E infatti la legislazione italiana nel 1994 aveva stabilito che il valore non doveva essere superato a partire dall'1/1/1999 per le città oltre i 150 mila abitanti. Tale norma è stata cancellata segnando un evidente passo indietro. Il governo non specifica inoltre che la direttiva comunitaria 2004/107/CE era già stata recepita con decreto legislativo 152/2007. Perché abrogarlo con il decreto legislativo 155/2010? Il fine del governo era quello di cancellare le norme più avanzate contenute nel decreto legislativo 152/2007, dando agli inquinatori altri due anni di tempo (fino al 31 dicembre 2012) per sforare il valore di 1 ng/m3 mentre la normativa precedente costringeva gli inquinatori a scendere sotto 1 ng/m3 fin dal 1° gennaio 1999. Il benozo(a)pirene è un cancerogeno molto pericoloso: respirare mediamente 1 ng/m3 di benzo(a)pirene per un bambino equivale a inalare il fumo di circa 700-800 sigarette/anno.

19 ottobre 2010

Grandi città sempre più invivibili

Pubblicata la classifica della vivibilità cittadina di Legambiente "Ecosistema urbano 2010". Bocciate le metropoli, promosse le piccole città di provincia.

Piccolo è bello, soprattutto se nel nord Italia.  No è l'ultima esternazione di qualche leghista, ma il risultato principale che emerge dalla classifica annuale di Ecosistema Urbano, indagine effettuata da Legambiente e Ambiente Italia, giunta alla sua 17esima edizione. Gli indicatori principali scelti dai ricercatori per stilare la classifica definitiva sono aria (quantità di polveri sottili PM10), acqua (consumi, perdite della rete idrica e capacità di depurazione), rifiuti (produzione, raccolta differenziata), trasporti (mezzi pubblici, tasso di motorizzazione, isole pedonali, ztl e piste ciclabili), energia (consumi elettrici, politiche energetiche, consumo di carburanti) e verde (verde urbano fruibile). 
Sono i piccoli centri a ottenere i risultati migliori, con Bologna unica grande città a fare da eccezione tra le prime dieci, dove trionfano cittadine come Belluno (prima sul podio), Verbania, Parma, Trento, Bolzano, Siena e La Spezia, rispettivamente dalla seconda alla settima posizione. Sette città che da anni si contendono continuativamente i primi posti in questa speciale classifica. Stesso discorso anche per il meridione, dove fa meglio di tutte la Salerno del contestato sindaco Vincenzo De Luca (19° posto), seguita da Oristano, in grande crescita al 22° posto rispetto al 74° dell'anno precedente, ma con buone performance anche a Potenza (26°), Terni (27°), Avellino (29°) e Matera (36°).
La situazione più preoccupante riguarda invece le grandi città italiane. Mentre in tutta Europa le metropoli risolvono sempre con maggiore successo il problema della loro impronta ecologica con mezzi pubblici all’avanguardia e raccolta differenziata a percentuali altissime, in Italia sono ancora un mezzo disastro: la migliore è Genova, che però si ferma al 32° posto, mentre Milano fa un bel tonfo e precipita al 63° perdendo 17 posizioni in un anno, colpa soprattutto della pessima qualità dell’aria e della concentrazione di ozono; visti i risultati sarebbe il caso di interrogarsi sull'efficacia dell’Ecopass. Sempre peggio, di anno in anno, Napoli (96°) e Roma, che volano verso il fondo.

13 ottobre 2010

Italia: il paese dei disastri annunciati

Articolo pubblicato su PeaceLink

Viviamo in un paese in cui il dissesto idrogeologico viene continuamente ignorato, nonostante buona parte del nostro paese sia a rischio. L’ennesima alluvione in Liguria ne è la triste conferma e mette in luce l’enorme problema, sottovalutato, delle condizioni di piccoli torrenti e fiumare, il tallone d’Achille d’Italia. I corsi d’acqua minori vengono regolarmente intubati, imbrigliati, lasciati invadere da detriti d’ogni genere, spesso usati come discariche o ricoperti da strade e rappresentano la principale criticità del territorio. Da Giampilieri (Me) alle recenti alluvioni in Provincia di Savona e Genova, passando per Atrani (Sa), basta un nubifragio per trasformare esondazioni in tragedie. E con l’ultima sciagura a Prato il triste bilancio del dissesto italiano ha raggiunto le 44 vittime solo nell’ultimo anno. Eppure, per fronteggiare l’emergenza, dall’ottobre 2009 ad oggi, sono stati stanziati dallo Stato 237 milioni di euro. Ma il problema consiste nel fatto che il denaro stanziato nelle situazioni critiche viene utilizzato solo per tamponare il disastro, per riparare i danni e per ricostruire, a fatica, quanto è stato distrutto dalla violenza della natura, senza mai apportate migliorie alle situazioni evidentemente precarie. Per mettere in sicurezza il territorio serve invece una grande opera di manutenzione pluriennale a partire dai piccoli corsi d’acqua. Un piano di prevenzione che garantisca la sicurezza dei cittadini e contrasti l’abusivismo e l’urbanizzazione selvaggia. Leggiamo nel rapporto “Pianificazione territoriale e rischio idrogeologico” redatto dal Ministero dell’Ambiente nel lontano 2003 (l’ultimo disponibile): “la stima del fabbisogno finanziario complessivo per la sistemazione dei bacini per oltre 11.402 interventi di messa in sicurezza del territorio già individuati ammonta a 33.428 milioni di euro”. Insomma, servono oltre 33 miliardi per la messa in sicurezza; soldi che ovviamente non ci sono. Quelli per il ponte sullo stretto invece sì. Come sempre, è questione di scelte. E non si tratta di un problema marginale o occasionale. Basti pensare che negli ultimi 50 anni in Italia si sono verificate 470.000 frane, che hanno causato 6 vittime ogni mese, 3.500 morti in tutto.
Leggiamo ancora “I dati di sintesi rilevabili dallo studio mostrano che la superficie del territorio italiano a ‘potenziale rischio idrogeologico più alto’ è pari a 21.504 chilometri quadrati, di cui 13.760 per frane e 7.744 per alluvioni. Si tratta del 7,1% della superficie della nazione. Sono 5.553 i comuni interessati, pari al 68,8% dei comuni italiani”. Ebbene sì, più dei due terzi dei comuni italiani sono esposti al rischio idrogeologico più alto. Poi esiste il rischio medio e quello basso, ma in questo rapporto non vengono considerati. Leggiamo ancora che “in Valle d’Aosta, in Umbria e Calabria il 100% dei comuni della regione sono interessati da aree a potenziale rischio”. Tutti, nessuno escluso. E dopo di esse, tante altre regioni non se la passano di certo meglio: in Piemonte, Liguria, Emilia Romagna, Toscana, Marche, Lazio, Campania, Molise, Basilicata almeno l’80% dei comuni sorgono in aree critiche. Ma non si può non restare sconcertati se si fa un paragone tra i comuni e la percentuale del territorio regionale interessati a rischio idrogeologico. Basta considerare il dato nazionale: solo il 7,1% del territorio nazionale è a rischio, ma il 68,6% dei comuni sorge su di esso. In Calabria solo il 7,7% del territorio è considerato a rischio e in Umbria il 10,7%, ma tutti i comuni di queste due regioni, nessuno escluso, sono stati costruiti, almeno in parte, su aree a forte rischio.
In Liguria l’80% dei comuni ha nel proprio territorio abitazioni in aree golenali, in prossimità degli alvei maggiori dei fiumi e il 27% ha costruito interi quartieri in queste zone. Nel 53% dei comuni sono presenti strutture e fabbricati industriali in aree a rischio, che comportano in caso di alluvione, oltre al rischio per le vite dei dipendenti, anche il pericolo di sversamento di prodotti inquinanti nelle acque e nei terreni. Nel 21% dei comuni sono presenti in zone esposte a pericolo di frana o alluvione anche strutture sensibili o strutture ricettive turistiche.
“A un anno esatto dalla frana di Giampilieri – disse il presidente di Legambiente dopo il disastro ligure – ci troviamo nuovamente in un’altra zona di fronte alla tragedia, senza che nulla sia stato fatto per la prevenzione. Un eterno allarme quello del dissesto idrogeologico che da Nord a Sud suona puntuale ogni volta che il maltempo si affaccia sulla Penisola ”.

6 ottobre 2010

Ilva di Taranto: veleni nell'acqua - III parte

Oggi ci occupiamo delle conseguenze degli scarichi dell’acciaieria Ilva nelle acque, non solo per quanto riguarda la salute umana, ma anche con un particolare occhio di riguardo per le effetti dei versamenti inquinanti sugli ecosistemi acquatici.
Ancora una volta, come si può vedere dalla rispettiva tabella e dal grafico (clicca immagine per ingrandire), tutte le sostanze vanno oltre ben oltre i limiti di legge, anche di centinaia di volte, e molte sono le misurazione davvero preoccupanti: il cianuro e i fenoli, che superano il valore soglia di ben oltre 600 volte negli ultimi 5 anni; il cromo, che nel 2002 superò i limiti di legge di 1183 volte;  il piombo, pericolosissimo per la salute, nel 2003 registrò un valore 887 volte più alto. Lascia invece sconcertati il mercurio, che nonostante la sua pericolosità sia per la salute umana che per l’ambiente acquatico, non viene preso in considerazione nei parametri europei di misurazione delle emissioni nelle acque. E sarebbe stato senz’altro utile, visto che l’Ilva scaricò nelle acque un contenuto di mercurio oltre 600 volte i limiti di legge tra il 2003 e il 2005.

Arsenico: l'eccessiva esposizione ad arsenico può portare a effetti sulla salute per l'apparato digerente, sistema nervoso centrale, cuore e reni e alcuni dei suoi composti possono comportare danni genetici e causare il cancro. L'arsenico è inoltre estremamente tossico per gli organismi acquatici. La tossicità e i rischi per la salute dipendono tuttavia dalla forma e dalla biodisponibilità dei diversi composti dell’arsenico.

Cianuri: vengono rilasciati nelle acque da vari processi industriali. L’industria chimica e di finitura del metallo, nonché la produzione di ferro e acciaio sono le principali responsabili di rilascio di cianuro. Tutti i cianuri inibiscono gli enzimi che legano l’ossigeno e di conseguenza il cervello e il sistema cardiovascolare sono i principali organi colpiti da avvelenamento da cianuro a causa della loro elevata richiesta di ossigeno. I cianuri non sono generalmente molto persistenti quando vengono rilasciati nell’acqua e nel suolo, anche se non persistono nel terreno ma tendono a penetrare nelle acque sotterranee. Sono comunque molto tossici per i pesci e le altre forme di vita acquatica. Tutti i cianuri infatti agiscono come veleni respiratori per gli organismi aerobici. 

3 ottobre 2010

Ilva di Taranto: la morte nell'aria - II parte

Dopo aver esaminato nello scorso articolo, la situazione generale dell'Ilva di Taranto, vorrei andare ad esaminare singolarmente i principali composti inquinanti che vengono vomitati nel cielo di Taranto, giorno e notte, notte e giorno, senza alcuna sosta. Senza un attimo di respiro. Quel respiro che per i tarantini è la causa di molti dei loro mali.
In questa tabella, trovate tutti gli inquinanti riversati in atmosfera, classificati in "principali" e "secondari", non per importanza o per la loro tossicità, ma semplicemente per quante volte superano il valore soglia: principali oltre 100 volte i limiti di legge, secondari sotto le 100 volte. Mi sembra scontato dire che, anche se un tal inquinante rientra nella seconda categoria, sia comunque completamente al di fuori di qualsiasi norma. Ad esempio, le diossine (PCDD) che superano di 73 volte il limite di legge, sono comunque molto più pericolose delle emissioni di anidiride carbonica, benchè questa vada oltre le 100 volte. In questa tabella dati potete vedere nella parte destra il valore assoluto dell'emissione di ciascun inquinante, mentre nella parte sinistra il valore normalizzato sul valore soglia, ovvero posto il valore soglia uguale a uno, quante volte la registrazione del dato superi il valore soglia. 
Come già sottolineato la scorsa volta, vi è un trend generale di diminuzione delle emissioni, ma restano comunque tutte oltre ogni limite, nessuna esclusa. E alcuni dati sono davvero impressionanti, se ci ricordiamo che l'Ilva sorge a pochi metri da Taranto, in particolare dal quartiere Tamburi, e che i veleni vomitati da centinaia di ciminiere, respirati per decenni dai cittadini, viaggiano a chilometri di distanza. Non si può non notare, nel primo grafico a destra (clicca l'immagine per ingrandire), il benzene, noto cancerogeno, che supera di 219 il valore soglia, così come gli IPA, altamente tossici, 622 volte, e i PCB ben 1208 volte oltri i limiti di legge. Ancor più grave forse il trend di emissione delle diossine (clicca l'immagine per ingrandire), nel secondo grafico, che nonostante la loro accertata tossicità e pericolosità per la salute umana, sono aumentate nel corso degli anni. Ma ora vediamo qual è il rischio per la popolazione associato all'emissione di ciascun inquinante, in particolare in una situazione, come quella di Taranto, di una cronica esposizione ad essi.

Anidride carbonica (CO2): l’anidride carbonica, o biossido di carbonio, è il risultato della combustione di composti organici in presenza di una quantità di ossigeno sufficiente a completarne l'ossidazione. Nell'agosto 2010 la concentrazione di biossido di carbonio nell'atmosfera terrestre è stata pari a 388 ppm (link). Nonostante la sua piccola concentrazione, la CO2 è un componente fondamentale dell'atmosfera terrestre perché - insieme al vapore acqueo ed al metano - intrappola la radiazione infrarossa della luce solare riflettendola nuovamente verso la superficie terrestre (il cosiddetto effetto serra) impedendo alla Terra di raffreddarsi. Si stima che la concentrazione atmosferica di biossido di carbonio prima della rivoluzione industriale fosse 280 ppm, e che quindi sia aumentata del 35% dai tempi della rivoluzione industriale e del 20% dal 1958. La combustione dei combustibili fossili (carbone, petrolio) è la causa di questo aumento per il 64%, mentre la deforestazione è la seconda con il 34% (link). 350 ppm, secondo molti scienziati ed esperti climatici, è considerato il limite di sicurezza per la nostra atmosfera, ma la concentrazione CO2 di è rimasta perennemente oltre questa soglia dal 1988 e aumenta di circa 2ppm ogni anno.